Il mio nuovo libro: L’essere persona. Lo stato limite della persona? 

Prefazione di Giulio Alfano professore di Filosofia Politica presso la Pontificia Universitá Lateranense di Roma 
In un’epoca di relativismo come l’attuale, riflettere sui fondamenti del personalismo filosofico e farne oggetto di studio non è cosa comune, per questo con piacere ho accettato l’invito dell’autore che, è anche un diligente dottorando nella mia materia, Filosofia Politica, a scrivere una breve prefazione a questo breve ma intenso volume. Molto spesso si riflette poco sulla portata storica del personalismo, mentre si dà maggiore importanza all’aspetto gnoseologico pur importante. Alla metà degli anni Venti del XX secolo già il mondo era legato ad una immagine filosofica idealistica e il personalismo arrivò come un soffione boracifero nella temperie di quel crinale di storia. Ma cosa aveva di nuovo il personalismo, e perché ebbe un impatto tanto radicale sui giovani educati all’idealismo? La risposta è facilmente prevedibile se assistiamo al dibattito interno non solo al mondo accademico, ma politico e sociale di quegli anni. Il concetto stesso di “persona”, tuttora sconosciuto ai 4/6 dell’umanità, era in quel periodo sotto forte pressione delle grandi ideologie, le cosiddette “grandi narrazioni” del XX secolo, che avevano posto al centro forse l’individuo, certamente il popolo. Tuttavia cosa significa “popolo” senza la sostanza di persona che ne giustifica il fondamento ontologico? Nulla! Anzi, il dramma di un periodo di storia che implose o, più propriamente, esplose con la seconda guerra mondiale.
Già nel 1927 Jacques Maritain si chiedeva come mai le democrazie del periodo precedente la Grande Guerra fossero state travolte da regimi populisti autoritari o, peggio, dittatoriali. E la risposta fu alquanto sconcertante: quelle democrazie erano così fragili perché non avevano gli anticorpi per difendersi da attacchi autoritari, e questi anticorpi potevano esserci soltanto in una vera “comunità”.
In questo volume si sottolinea il carattere innovativo della concezione personalista soprattutto in merito al nuovo assetto politico che essa ha contribuito a determinare nei confronti del tradizionale stato di tipo “liberale”; questo sembra a noi contemporanei di scarsa importanza, ma dobbiamo riprendere la concezione dello stato liberale e classico per poter poi effettuare dei debiti confronti e valutare come la lettura “politica” del personalismo abbia potuto così efficacemente determinare un cambiamento nelle relazioni tra cittadino e potere.
Innanzitutto va detto che oggi lo stato è chiamato ad offrire garanzie affinché tutti e ciascuno dei componenti del consesso sociale, siano e avvertano di essere “protetti” dalle garanzie che il moderno modo di intendere la politica, in qualche modo comunque influenzato dal personalismo filosofico politico, ha determinato, ovvero la salute, l’istruzione, la tutela delle fasce più deboli sia anagraficamente che economicamente. Tale modo di intendere il welfare state, nasce dalla crisi della visione filosofica idealista e politica liberale con il crinale della seconda guerra mondiale. La declinazione personalistica ha ovviato a tutto ciò rimettendo in gioco il concetto e la centralità della persona!
Lo stato ha iniziato a prendere in considerazione ilo dovere ad esempio di assistenza ai propri cittadini in modo assai limitati nelle visioni democratiche liberali, già con la stessa rivoluzione francese; infatti si parlava di diritto “di rappresentanza”, di “espressione”, ma non di giustizia sociale. Essa rientra prepotentemente in gioco con l’avvento della società industriale e con l’inizio della prima rivoluzione industriale, allorché cambia la visione anche antropologica delle relazioni sociali con un uomo che non lavora per vivere, ma che vive per lavorare. E il contributo della dottrina sociale della Chiesa in questo ambito è di grande importanza perché con le encicliche di Leone XIII, soprattutto la celeberrima Rerum novarum, nasce il principio di “sussidiarietà” che contribuisce a modificare il “senso” di appartenenza allo stato attraverso la riproposizione dei diritti dell’uomo-persona e non solo dell’individuo. Qui sta il contributo specifico del personalismo sia di Maritain che di Mounier, nel mettere al centro, riprendendo dalla matrice tomista il concetto di comunità, i cosiddetti “corpi intermedi dello stato”, quali la famiglia, le associazioni i sindacati e anche la Chiesa, non come potere concorrente allo stato come temeva la formula liberale cavouriana del “libera chiesa in libero stato”, bensì come elemento di raccordo e agenzia partecipativa dell’uomo alla vita dello stato stesso come espressione della società. L’uomo infatti è individuo e persona e come tale ha ben precisi diritti e doveri. Come individuo egli DEVE rispettare dei doveri verso lo stato di cui fa parte ad es. difendere ida un attacco violento, pagare le giuste tasse; ma come persona lo stato non ha il diritto di chiedergli l’adesione a un credo politico e a non rispettare i dettami religiosi liberamente scelti nel privato della sua coscienza. Ecco quindi che ad es. nell’articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana si sancisce che: “…lo stato RICONOSCE i diritti dell’uomo…” cioè esso si ferma di fronte alla coscienza personale dei cittadini per i quali lo stato vive e non viceversa, come invece affermava la visione idealista hegeliana e lo stato liberale.
Per esso non era dovere farsi carico delle situazioni “private” dei cittadini, perché era uno stato indifferente e “leggero” che assicurava solo genericamente una libertà complessiva ai cittadini, che dovevano invece garantirsi da soli un certo benessere che li mettesse in condizioni di essere competitivi anche sul piano economico e se non vi riuscivano era una questione privata. È qui che in linea di continuità non solo con la tradizione del Magistero, ma anche con la visione in qualche modo della scuola filosofica del personalismo che papa Francesco ci richiama all’attenzione verso le “periferie”. Esse non sono luoghi toponomastici, ma politici e sociali; sono costituiti da quelle negazioni all’uguaglianza della dignità che non rende libero un uomo in stato di bisogno!
Infatti la libertà è sapersi assumere delle responsabilità nelle condizioni di poterle esercire con dignità, quindi potremmo affermare che la libertà sia una “creatività partecipata”. Ciò implica una trasformazione della visione anche della politica e quindi della visione filosofica, non si tratta di fare fraterna carità ma di “includere, integrare, partecipare”! Non è il problema del pauperismo ma la giustizia sociale integrata da un profondo afflato etico, per rendere vero lo spessore della promozione umana. Ecco in questo volume don Cosimo punta l’attenzione alle matrici filosofiche innovative del personalismo di cui la convivenza civile ha soprattutto negli ultimi cinque decenni avvertito i benefici.
Lo stesso Concilio Vaticano II riconosce nella democrazia fondata sul rispetto della persona, il regime sociale che meglio può accogliere il messaggio evangelico e il lavoro di don Cosimo esprime anche il suo “essere” sacerdote, pastore nutrito di dottrina religiosa e saggezza filosofica per fare in modo che la nostra epoca difficile, ma anche affascinante, ricordi all’uomo contemporaneo di promuovere sempre quel pezzetto di infinito che ognuno di noi porta in se, oltre i confini e le etnie, e che si chiama “anima”!

Per l’acquisto:

​​​http://www.lafeltrinelli.it/libri/schena-cosimo/l-essere-persona/9788893630849

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