Leggi l’estratto de “ LA MIA VITA CAPOVOLTA”

Caro lettore, ti ringrazio per aver scaricato questo estratto del mio libro. Si tratta di una delle diverse parti del mio romanzo, La mia vita capovolta. Il romanzo alterna le diverse vicende di vita e i numerosi viaggi intorno al mondo del protagonista, riccamente descritti, con alcune incursioni nel cuore di quest’umo inquieto. È come se la storia si fermasse e in slow motion, si entrasse nell’anima del protagonista, là dove si forma la vera coscienza. Ora non devi fare altro che staccare la spina e iniziare a leggere per farti trasportare nel cuore dei tuoi pensieri.

Mayumi insieme con i miei figli, frequentavano un convento, vicino casa: il convento delle Missionarie della Carità. La loro fondatrice è Madre Teresa di Calcutta. Erano delle suore molto stimate, vivevano una vita molto semplice al servizio dei poveri. Molto spesso incontravo qualcuna di loro nelle zone malfamate a portar cibo ai barboni. Più di qualche volta Mayumi le aiutava a preparare i pasti per la mensa, che loro gestivano. Mi ha supplicato molte volte di andare anche io. Ma inventando sempre una nuova scusa, non ci ero mai andato.

Ultimamente stavano organizzando un viaggio missionario in India. Mayumi voleva andarci, ma il pensiero di star fuori un mese e star lontana dai ragazzi per così tanto tempo, le faceva cambiare idea. Io insistevo molto, perché sapevo che era un’esperienza che lei desiderava fare da anni ormai. Ma a differenza di me, che partivo e lasciavo tutto e tutti, lei non ne era capace.

Così ha iniziato a propormi il viaggio missionario.

– Perché non vai tu al mio posto?

– Io? Ma no. Un mese è troppo.

– Secondo me un’esperienza del genere ti farebbe bene. Invece dei tuoi insoliti viaggi.

– Lo sai come la penso io. Non sopporto questi viaggi di gruppo. Preferisco viaggiare da solo per conto mio.

Nell’ultimo periodo questa scena, ormai, si ripeteva come minimo due volte al giorno. Io non avevo nessuna voglia di fare questa esperienza, se volevo far del bene a qualcuno non c’era bisogno di andare in India. Potevo farlo tranquillamente qui.

Per far finire questa storia decido di fare il mio viaggio in Africa. L’Africa del Sud la conoscevo, facendo alcune ricerche vidi che la zona africana con meno presenza di cristiani era la Somalia.

Così decisi di partire per la Somalia; Mayumi non era molto d’accordo perché alcuni cristiani ultimamente avevano perso la vita. Sinceramente questo mi faceva salire l’adrenalina a mille, volevo vedere quei posti, descritti dai telegiornali come posti invivibili.

La Somalia era un paese dove la guerra era all’ordine del giorno: lotte tra tribù, colpi di stato, dittature. Io ci credevo poco, ero dell’idea che per far aumentare gli ascolti, i mass media gonfiavano e distorcevano molto le notizie.

Tra le missioni cattoliche, c’era quella dei Francescani, mi misi subito in contatto, ma scoprii che ormai da anni non c’era più nessuna missione Francescana, anzi cristiana dopo il colpo di stato del 1991 tutto era stato raso al suolo. Scoprii anche che era stata colonia italiana. Era un particolare che mi sfuggiva. L’Italia ogni tanto tornava a galla.

Così sotto suggerimento di un mio amico, cambiai destinazione. Congo, dai padri Saveriani.

Mi informai un po’ di come era la missione Saveriana, ma non era quello che cercavo. Così vidi tra le mie ricerche, che c’era necessità di volontari, per aiutare negli ospedali.  In Congo non c’era un buon servizio sanitario, e tanta gente moriva anche per una semplice malaria.

Decido di partire per il Congo, in Katanga. In questa zona del Congo la popolazione riceve pochissimi aiuti umanitari, ed i servizi sanitari sono quasi pari a zero. Nell’ospedale di Kabalo e nelle zone periferiche curavano questi poveri bambini di malaria e di morbillo. Ero incredulo al pensiero che nel XXI secolo si potesse ancora morire di morbillo. Quando fui ammalato di morbillo ero talmente piccolo che non ricordo nulla di quel periodo. Prima di partire evitai il vaccino al morbillo ma dovetti fare la cura contro la malaria. Ricordo che Mayumi mi riempì la valigia di caramelle da dare ai bambini, avevo una montagna di caramelle e pochissimi vestiti per me.

Avevo le tasche piene di soldi; Mayumi li aveva raccolti tra gli amici, da dare all’ospedale.

Dopo un lunghissimo viaggio in aereo e in macchina arrivai a destinazione. In aeroporto trovai altri che come me erano diretti a Kabalo. Erano due inglesi ed un portoghese. Io ero partito per conto mio, quindi dovevo trovarmi un alloggio e il modo di arrivare in ospedale ed inserirmi tra i volontari. Il portoghese era un infermiere che aveva deciso di fare per tre mesi volontariato in questo ospedale e nei dintorni. Mi spiegò che c’era l’associazione dei “Medici senza frontiera”, che si interessava del tutto.

Mi disse che mi avrebbe aiutato lui ad inserirmi tra i volontari e così fu. Ricordo che mi chiesero in quale reparto volevo dare il mio aiuto e senza esitazione chiesi se fosse possibile in pediatria.

Vidi situazioni terribili, bambini mal nutriti, che sembravano degli scheletri. Ogni volta cercavo di trattenere le lacrime. Vederli in quella situazione mi faceva stare davvero male. Mi rendevo conto di quanto fossi fortunato io e di quante volte nella mia vita mi lamentavo per niente.

In quell’ospedale c’era di tutto, arrivava sempre gente. Quante donne ho visto arrivare per violenze sessuali.

Un conto è vederli in tv, un conto è stare sul luogo e vedere e toccare con mano questa situazione assurda. Mi chiedevo ogni giorno, ma dove stava questo Dio? Perché permetteva questa sofferenza? Mi convincevo sempre di più che non esisteva nulla. Nessun Dio.

I giorni passavano velocemente. Sveglia alle 4 e se andava bene per le 10 di sera ero a letto. Ero a dir poco distrutto, ma la gioia che provavo nel far sorridere uno di quei piccoli mi faceva passare tutta la stanchezza e la voglia di tornare a casa. Mancavano solo 4 giorni alla mia partenza. Sarei rimasto volentieri almeno altre due settimane. Mayumi mi sentiva felice come non mai, mi disse di rimanere ancora, tanto il negozio ed i ragazzi riusciva a gestirli da sola, ancora per un bel po’ senza problemi. Dovevo spostare il volo. Non dimenticherò mai quella mattina. Mi sembrava di morire.

Ogni mattina prima di iniziare la giornata ci vedevamo, con i 3 medici che seguivano il reparto pediatria. Ci davano le indicazioni di cosa dovevamo fare. Ogni giorno era sempre diverso dal precedente. Le situazioni, le urgenze cambiavano di continuo.

Quella mattina erano due, uno dei tre era partito e stavamo aspettando il nuovo medico che era appena arrivato. Nel mio gruppo c’erano 2 italiani. Con i quali parlavo pochissimo. Non avevo detto a nessuno delle mie origine italiane. Il primo giorno uno di loro mi chiese se fossi italiano, visto il nome. Ed io con molto fretta e freddezza gli dissi che il mio tris nonno era italiano ed io avevo ereditato semplicemente il suo nome e che non avevo mai messo piede in Italia.

Mentre si chiacchierava, nell’attesa del nuovo medico, uno di loro disse che finalmente arrivava un italiano come noi. Un pediatra chirurgo. Nel frattempo iniziavo a prender sonno nell’attesa. Come al mio solito non parlavo con nessuno. Ad un tratto, mentre ero seduto per terra ad aspettare.

– Ah ecco, arriva il dottor Fernando.

Dottor Fernando? Non ci potevo credere, era il mio vecchio cognome. Ero in dormiveglia, pensai tra me e me sicuramente l’avrò sognato. Ma purtroppo non era così.

– Benvenuto dottor Fernando.

– Grazie. Buongiorno a tutti.

Mi vennero dei fortissimi brividi che accompagnavano una atroce fitta allo stomaco. Il cuore mi stava per scoppiare. Non avevo il coraggio di alzare la testa. Mi veniva da piangere. Feci due conti: Pediatra, e in più il mio vecchio cognome. Era mio nipote.

Mi alzai di soppiatto e me ne andai in bagno. Lo feci così velocemente che nessuno si rese conto che ero andato via.

I due medici presentarono la squadra al nuovo medico. La sua voce era sempre la stessa, un po’ più matura. Ma era la sua. Non avevo il coraggio di spiare dalla porta se era veramente lui o se era solo una pura coincidenza.

– Dove è finito Diego?

– Era qui fino a qualche minuto fa.

Nel frattempo apro la porta lentamente per non fami sentire. Lo spiraglio era sì e no di due millimetri. Riuscivo ad intravedere qualcosa. Iniziai a piangere in silenzio. Era mio nipote. Non potevo crederci.  Mi sembrava di impazzire. Il detto “il mondo è piccolo”, era proprio vero.

Era bello come il sole. Ormai era un uomo. Volevo aprire quella maledetta porta e saltargli addosso. Abbracciarlo e piangere con lui. Ero combattuto, non sapevo cosa fare.

– Diego. Diego.

– Dai andiamo, poi ci raggiungerà.

Mentre andavano via, avevo il cuore in subbuglio. Cosa faccio? Apro la porta e gli corro incontro o resto qui a mangiarmi le mani?

Come al solito, da grande codardo ed egoista, rimasi chiuso nel bagno. E tornai in albergo ad aspettare il giorno della partenza.

Il coraggio

Ho sempre pensato sin da piccolo che il coraggio fosse quell’atteggiamento di colui che non ha paura di nulla, che in ogni situazione è pronto senza ripensamenti a lanciarsi in ogni situazione, in cui crede che vale la pena mettersi in gioco. Insomma il coraggio è quella dote che solo alcuni eletti hanno dentro il loro cuore. Il resto della gente, me compreso, chi siamo? Codardi? Timorosi? Timidi? Ad un certo punto della mia vita ho iniziato a confondere il coraggio con “l’essere diretti”, dire tutto quello che pensavo senza curarmi dell’altro, portare avanti le mie battaglie convinto che la mia causa era sempre la più giusta. Ma dopo un po’, quando ho visto che intorno a me nasceva il deserto ed ogni giorno rimanevo sempre più solo, ho capito che non era coraggio, ma “egoismo”.

E perciò mi sono messo alla ricerca di questo coraggio, mi sono messo anche a studiare. Ho cercato cosa ne pensassero i più grandi pensatori, ma non ho avuto risposte soddisfacenti. Ero abbagliato dal connubio di coraggio-forza, che mi creava solo confusione.

Un giorno mi sono imbattuto nelle persone che hanno cambiato la storia, ma anche lì la maggior parte di loro, per vincere ha usato la forza, ma alla fine di coraggio ne vedevo poco. La risposta l’ho trovata un giorno, seduto sulla panchina di un parco. Come al solito osservavo gli alberi, ascoltavo il suono della natura e alcuni bambini che giocavano vicino a me. Avevo mangiato un tramezzino comprato al chiosco, che si trovava all’entrata del parco. Ero un divoratore di libri, amavo il genere psicologico, gli scervella menti erano il mio forte, e mentre prendevo in mano l’ultimo romanzo che stavo leggendo, la mia attenzione fu catturata da una formica. E sì, proprio una formica, mentre mangiavo alcune briciole che erano cadute per terra. Era lì per terra e si dimenava nel voler caricare a tutti i costi sulle sue spalle, la briciola più grande. Sono stato ad osservarla per un bel po’ di tempo, tanto che cominciavo a pensare: ora l’aiuto io. Ammiravo la tenacia di questa formica. Ad un certo punto si è arresa ed io ho iniziato a leggere.

Erano passati sì e no 10 minuti. Quando leggevo avevo l’abitudine di sottolineare le frasi che mi colpivano, erano come degli input che mi rimanevano impressi nella mente. Mi cadde la matita per terra e cosa vedo? Ero circondato da centinaia e centinaia di formiche, che si caricavano la grande briciola. Cosa era successo? La formica aveva chiamato rinforzi. Si era resa conto che da sola non ci sarebbe mai riuscita ed aveva chiamato le amiche. Ed è quello che manca a noi, aver il coraggio di mettere da parte il nostro orgoglio e chiedere aiuto. Le grandi battaglie vengono si vinte dal coraggio, ma in relazione non alla forza del singolo, ma alla volontà di molti. Legati dall’amore verso la verità.

Spero che questo estratto ti sia piaciuto.

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