Simone Weil, un Dio che gioca a nascondino

Rileggendo alcuni passi dei Quaderni, mi colpiva come, in modo originale e diretto la filosofa ci presenta in maniera inusuale le immagini di Dio e della creazione.

Dio gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:

«Come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».

Cosimo Schena

Simone Weil: l’unico Mediatore è Cristo

Simone Weil dopo la sua svolta mistica, ha intessuto con Cristo un rapporto unico e senza intermediari; vi era solo Lei e Cristo come leggiamo in una delle sue opere, La Grecia e le intuizioni precristiane:

«Il Cristo è mediatore da una parte fra Dio e noi, dall’altra fra Dio e l’universo; e anche noi, nella misura in cui ci è concesso di imitare il Cristo, abbiamo lo straordinario privilegio di essere in una certa misura mediatori fra Dio e la sua creazione».

«La relazione che la Weil visse con Cristo fu diretta e priva di mediazioni: non solo lei sperimentò un incontro mistico col Cristo, ma era anche convinta che Dio non si rivolgesse alle comunità ma a ogni singola anima . Il concetto di “mediazione” fu approfondito dalla Weil nel suo lavoro A proposito della dottrina pitagorica, dove la filosofa espose in modo dettagliato la sua teoria della mediazione, analizzando la tensione platonica tra “separazione e partecipazione”, evidenziando le tre grandi mediazioni che, a suo dire, rendevano possibile stabilire un ponte tra la “realtà di quaggiù” e quella «fuori del mondo» (ovvero la Bellezza, l’ordine del Mondo e la Sofferenza)».
(Cfr. SCHENA C., La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’engima della croce, Diogene Multimedia, Bologna 2016, p. 46).

Cosimo Schena

Simone Weil. La croce: condanna-redenzione 

La Croce, al contempo strumento di condanna e di redenzione, divenne per la Weil

«una bilancia dove un corpo fragile e leggero, ma che era Iddio, ha sollevato il peso dell’intero mondo. “Dammi un punto di appoggio e solleverò il mondo”. Questo punto d’appoggio è la Croce. Non ce ne possono esser altri. Bisogna che esso si trovi all’intersezione del mondo e di ciò che non è il mondo. La croce è questa intersezione». (WEIL S., L’ombra e la grazia)

Non vi era dubbio per Simone che la sventura, universalmente distribuita nel mondo, fosse il segno inequivocabile della presenza di Cristo:
«In qualsiasi epoca, in qualsiasi paese, ovunque ci sia sventura, la Croce del Cristo ne è la verità. Ogni uomo amante della verità – al punto di non precipitarsi nelle profondità della menzogna per schivare il volto della sventura – partecipa alla Croce del Cristo, quale che sia la sua credenza. Se Dio avesse acconsentito a privare del Cristo gli uomini di un certo paese e di una determinata epoca, lo riconosceremmo da un segno sicuro: presso di loro non ci sarebbe sventura. Ma non conosciamo alcunché di simile nella storia. Ovunque ci sia sventura c’è la Croce, nascosta eppure presente a chiunque scelga la verità anziché la menzogna, e l’amore anziché l’odio».(WEIL S., Attesa di Dio)
Cfr. La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce, p. 43.
                                                         Cosimo Schena 

Simone Weil: Dio e l’umanità sono come due amanti…

«Dov’è andato il tuo diletto,
o bella fra le donne?
Dove si è recato il tuo diletto,
perché noi lo possiamo cercare con te?». (Cantico dei Cantici, 6,1)

«Dio e l’umanità sono come un amante e una amante che si sono sbagliati circa il luogo dell’appuntamento. Ciascuno è li prima dell’ora, ma sono in due posti diversi, e aspettano, aspettano, aspettano. Lui è in piedi , immobile, inchiodato al posto per la perennità dei tempi. Lei è distratta e impaziente. Sventurata se ne ha abbastanza e se ne va! Perché i due punti in cui si trovano sono lo stesso nella quarta dimensione…». (Quaderni, vol. IV, 178)

Le parole della filosofa, ci riportano ad una dura verità; Dio ci è sempre vicino ma siamo noi che non riusciamo a vederlo, a sentirlo. L’immagine dei  due amanti, che si danno appuntamento e si ritrovano in posti diversi, richiama all’incapacità dell’umanità a cogliere il messaggio di Dio e la sua logica. Questo la porta ad intraprendere la strada delle proprie convinzioni e va verso una direzione sbagliata. L’umanità,  distratta e impaziente, si allontana, rinuncia e va via. Accade spesso nella vita odierna che l’uomo stanco di aspettare i tempi di Dio -che non sono mai i nostri-vive nella sventura, invece di aspettare e vivere nell’eternità stessa di Dio.

Cosimo Schena

Simone Weil: la più bella virtù è l’Umiltà

Per la Weil, infatti, la virtù filosofica per eccellenza restava l’umiltà, nel senso che ciascuno non deve avere la pretesa di “conquistare” una qualche verità, ma mettersi in attesa che essa discenda in lui dopo averla, a lungo, desiderata. La filosofa francese aspirava a tale virtù ma sapeva di non possederla e, a tale riguardo, scriveva

«Se possedessi la virtù dell’umiltà, la più bella delle virtù, forse non mi troverei in questa miserabile condizione di insufficienza». (WEIL S., Attesa di Dio)

Cfr. SCHENA C., La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce, p. 90)

Simone Weil: La contraddizione di amare la nostra miseria

“Solamente la contraddizione ci fa provare che non siamo tutto. La contraddizione è la nostra miseria, e il sentimento della nostra miseria è il sentimento della realtà. Perché non siamo noi a fabbricare la nostra miseria. Essa è vera. Per questo è necessario amarla. Tutto il resto è immaginario. Per essere giusti bisogna essere nudi e morti. Senza immaginazione. Per questo il modello della giustizia deve essere nudo e morto. Solamente la Croce non è suscettibile d’imitazione immaginaria” (Quaderni, vol III, 82)

                                                           Cosimo Schena