Simone Weil: Quel chiodo ha aperto un varco…

Simone Weil non smette mai di stupirci; le sue parole ci portano sempre ad interrogarci e a comprendere le profondità della nostra anima, che talvolta restano celate. Rileggendo un passo di Attesa di Dio,  la filosofa ci richiama ad una verità fondamentale: l’unica e vera forza liberatrice nella nostra vita è Cristo. Quel chiodo della croce, come lei stessa scrive, ha aperto un varco, annullando quella distanza che vi è tra Dio e l’uomo, tra il divino e l’umano, un contatto che cambia la vita nell’eternità.

«Chi perseveri nel mantenere la propria anima volta verso Dio mentre un chiodo la trafigge si trova inchiodato al centro stesso dell’universo. È il vero centro, che non sta nel punto mediano, che è fuori dello spazio e del tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio e che non è il tempo, una dimensione completamente altra, quel chiodo ha aperto un varco nella creazione bucando lo spessore dello schermo che separa l’anima da Dio. Grazie a questa dimensione meravigliosa l’anima che ama, senza lasciare il punto dello spazio e del tempo in cui si trova il corpo al quale è legata, può attraversare la totalità dello spazio e del tempo e giungere al cospetto stesso di Dio. Essa è là dove si intersecano la creazione e il Creatore, in quel punto d’intersezione che è il punto d’incrocio dei bracci della Croce»[1].

[1] Simone Weil, II -L’amore di Dio e la sventura, in ID., Attesa di Dio.

Cosimo Schena

Simone Weil, un Dio che gioca a nascondino

Rileggendo alcuni passi dei Quaderni, mi colpiva come, in modo originale e diretto la filosofa ci presenta in maniera inusuale le immagini di Dio e della creazione.

Dio gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:

«Come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».

Cosimo Schena

Testi scelti durante la presentazione del libro: La croce è la nostra patria.

PRIMA PARTE(SVOLTA MISTICA)

Nel 1938 Simone Weil, partecipò alle funzioni della settimana santa, nell’abbazia benedettina di Solesmes, colpita dai suoi fortissimi mal di testa, che le infliggevano dolori estenuanti sin dalla giovane età.

«Avevo fortissimi mal di testa, e ogni suono era per me come un colpo; eppure un estremo sforzo d’attenzione mi permetteva di uscire dalla miserabile carne, di lasciarla soffrire in disparte, rannicchiata in un angolo, e di cogliere una gioia pura e perfetta nell’inaudita bellezza del canto e delle parole. Quell’esperienza mi ha permesso, per analogia, di comprendere meglio la possibilità di amare l’amore divino attraverso la sventura. È naturale che durante quelle funzioni il pensiero della Passione del Cristo sia penetrato in me per sempre»

Recitando una poesia di George Herbert, dal titolo Love, che accadde qualcosa di straordinario.

«Credevo di recitarla solo come una bella poesia, ma a mia insaputa quell’esercizio aveva la virtù di una preghiera. Durante una di quelle recitazioni, come le ho scritto, il Cristo stesso è disceso e mi ha presa».

«momento d’intenso dolore fisico in cui mi forzavo di amare, ma senza vantare il diritto di dare un nome a questo amore, ho sentito (senza esservi preparata per niente, dato che non avevo mai letto i mistici) una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano, inaccessibile ai sensi e all’immaginazione, analoga all’amore che traspariva dal più tenero sorriso di un essere amato. Da quel momento il nome di Dio e di Cristo si sono intessuti sempre più irresistibilmente ai miei pensieri».

SECONDA PARTE (IL MALHEUR)

«nella sventura stessa» scriveva «la misericordia di Dio risplende […] E proprio nel fondo, al centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non riesca più a trattenere il grido: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, se si rimane in quel punto senza smettere di amare, si finisce con il toccare qualcosa che non è più la sventura né è la gioia, bensì l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, ovvero l’amore stesso di Dio. Si saprà allora che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita procurata dal medesimo contatto quando è doloroso, e che importa soltanto il contatto, non il modo in cui avviene»

«In qualsiasi epoca, in qualsiasi paese, ovunque ci sia sventura, la Croce del Cristo ne è la verità. Ogni uomo amante della verità – al punto di non precipitarsi nelle profondità della menzogna per schivare il volto della sventura – partecipa alla Croce del Cristo, quale che sia la sua credenza. Se Dio avesse acconsentito a privare del Cristo gli uomini di un certo paese e di una determinata epoca, lo riconosceremmo da un segno sicuro: presso di loro non ci sarebbe sventura. Ma non conosciamo alcunché di simile nella storia. Ovunque ci sia sventura c’è la Croce, nascosta eppure presente a chiunque scelga la verità anziché la menzogna, e l’amore anziché l’odio».
TERZA PARTE

(CROCE METAXU’)

Per Simone era Cristo «il grande mediatore», colui che, morendo sulla Croce e partecipando alla relazione trinitaria, rappresentava l’armonia in senso pitagorico. «Cristo», scriveva, «è mediatore da un lato fra Dio e noi e, dall’altro fra Dio e l’universo […], Cristo è la mediazione stessa, l’armonia stessa […], Cristo è questa chiave che chiude insieme il Creatore e la creazione».

«Dio è sempre mediatore. È mediatore tra se stesso e se stesso. È mediatore tra se stesso e l’uomo. È mediatore tra un uomo e un altro uomo. Dio è per essenza mediazione. Dio è l’unico principio di armonia»

ed anche:

«[…] il Cristo è da una parte mediatore fra Dio e l’uomo, dall’altra mediatore fra l’uomo e il suo prossimo, così la necessità matematica è mediatrice da una parte fra Dio e le cose, dall’altra fra ogni cosa e ogni altra. Essa costituisce un ordine grazie al quale ogni cosa, essendo al suo posto, permette a tutte le altre cose di esistere»

QUARTA PARTE
(DIO- CREAZIONE)

«L’atto della Creazione non è un atto di potenza. È un’abdicazione. Con quell’atto si è instaurato un regno diverso da regno di Dio. La realtà di questo mondo è costituita dal meccanismo della materia e dall’autonomia delle creature dotate di ragione. È un regno dal quale Dio si è ritirato. Dio, avendo rinunciato a esserne il re, può venirvi solo come un mendicante».

«Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati».

Un Dio che gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:
«come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».
«È contradditorio che Dio, che è infinito, che è tutto, a cui non manca nulla, faccia qualcosa che è fuori di lui, che non è lui pur procedendo da lui […].

La contraddizione suprema è la contraddizione creatore-creatura, e il Cristo è l’unione di questi contradditori».
QUINTA PARTE

(DECREAZIONE)

noi dovremmo vivere la stessa esperienza, la cosiddetta decreazione, per poter un giorno godere della bellezza divina che è Dio.

«Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati».

Questo pensiero si fece sempre più forte e intenso negli ultimi anni della sua vita arrivando a pensare alla morte «come una decreazione in risposta alla follia di Dio».

«Questa follia non si ferma alla creazione, ma «Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire a amarlo. Dio attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è questa attesa. Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore».

SESTAPARTE

(PECCATO D’INVIDIA)

Il Cristo inchiodato sulla croce è la perfetta immagine del Padre» – e ancora – «ogni volta che penso alla crocifissione del Cristo commetto peccato d’Invidia».

In Attesa di Dio, Simone esprime il suo desiderio, un giorno, di poter condividere la Croce di Cristo o, almeno, quella del buon ladrone:

«Fra tutti coloro di cui si parla nel vangelo, a parte il Cristo, il buon ladrone è di gran lunga quello che invidio di più».

«Dio ha creato per amore e a fin d’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Egli ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato esseri capaci d’amore a tutte le distanze possibili. Alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso, poiché nessun altro avrebbe potuto farlo. Questa distanza infinita fra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Nulla è più lontano da Dio di quel che è stato fatto maledizione».

Simone Weil: l’unico Mediatore è Cristo

Simone Weil dopo la sua svolta mistica, ha intessuto con Cristo un rapporto unico e senza intermediari; vi era solo Lei e Cristo come leggiamo in una delle sue opere, La Grecia e le intuizioni precristiane:

«Il Cristo è mediatore da una parte fra Dio e noi, dall’altra fra Dio e l’universo; e anche noi, nella misura in cui ci è concesso di imitare il Cristo, abbiamo lo straordinario privilegio di essere in una certa misura mediatori fra Dio e la sua creazione».

«La relazione che la Weil visse con Cristo fu diretta e priva di mediazioni: non solo lei sperimentò un incontro mistico col Cristo, ma era anche convinta che Dio non si rivolgesse alle comunità ma a ogni singola anima . Il concetto di “mediazione” fu approfondito dalla Weil nel suo lavoro A proposito della dottrina pitagorica, dove la filosofa espose in modo dettagliato la sua teoria della mediazione, analizzando la tensione platonica tra “separazione e partecipazione”, evidenziando le tre grandi mediazioni che, a suo dire, rendevano possibile stabilire un ponte tra la “realtà di quaggiù” e quella «fuori del mondo» (ovvero la Bellezza, l’ordine del Mondo e la Sofferenza)».
(Cfr. SCHENA C., La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’engima della croce, Diogene Multimedia, Bologna 2016, p. 46).

Cosimo Schena

Simone Weil. La croce: condanna-redenzione 

La Croce, al contempo strumento di condanna e di redenzione, divenne per la Weil

«una bilancia dove un corpo fragile e leggero, ma che era Iddio, ha sollevato il peso dell’intero mondo. “Dammi un punto di appoggio e solleverò il mondo”. Questo punto d’appoggio è la Croce. Non ce ne possono esser altri. Bisogna che esso si trovi all’intersezione del mondo e di ciò che non è il mondo. La croce è questa intersezione». (WEIL S., L’ombra e la grazia)

Non vi era dubbio per Simone che la sventura, universalmente distribuita nel mondo, fosse il segno inequivocabile della presenza di Cristo:
«In qualsiasi epoca, in qualsiasi paese, ovunque ci sia sventura, la Croce del Cristo ne è la verità. Ogni uomo amante della verità – al punto di non precipitarsi nelle profondità della menzogna per schivare il volto della sventura – partecipa alla Croce del Cristo, quale che sia la sua credenza. Se Dio avesse acconsentito a privare del Cristo gli uomini di un certo paese e di una determinata epoca, lo riconosceremmo da un segno sicuro: presso di loro non ci sarebbe sventura. Ma non conosciamo alcunché di simile nella storia. Ovunque ci sia sventura c’è la Croce, nascosta eppure presente a chiunque scelga la verità anziché la menzogna, e l’amore anziché l’odio».(WEIL S., Attesa di Dio)
Cfr. La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce, p. 43.
                                                         Cosimo Schena 

Simone Weil: Dio e l’umanità sono come due amanti…

«Dov’è andato il tuo diletto,
o bella fra le donne?
Dove si è recato il tuo diletto,
perché noi lo possiamo cercare con te?». (Cantico dei Cantici, 6,1)

«Dio e l’umanità sono come un amante e una amante che si sono sbagliati circa il luogo dell’appuntamento. Ciascuno è li prima dell’ora, ma sono in due posti diversi, e aspettano, aspettano, aspettano. Lui è in piedi , immobile, inchiodato al posto per la perennità dei tempi. Lei è distratta e impaziente. Sventurata se ne ha abbastanza e se ne va! Perché i due punti in cui si trovano sono lo stesso nella quarta dimensione…». (Quaderni, vol. IV, 178)

Le parole della filosofa, ci riportano ad una dura verità; Dio ci è sempre vicino ma siamo noi che non riusciamo a vederlo, a sentirlo. L’immagine dei  due amanti, che si danno appuntamento e si ritrovano in posti diversi, richiama all’incapacità dell’umanità a cogliere il messaggio di Dio e la sua logica. Questo la porta ad intraprendere la strada delle proprie convinzioni e va verso una direzione sbagliata. L’umanità,  distratta e impaziente, si allontana, rinuncia e va via. Accade spesso nella vita odierna che l’uomo stanco di aspettare i tempi di Dio -che non sono mai i nostri-vive nella sventura, invece di aspettare e vivere nell’eternità stessa di Dio.

Cosimo Schena

Simone Weil: la più bella virtù è l’Umiltà

Per la Weil, infatti, la virtù filosofica per eccellenza restava l’umiltà, nel senso che ciascuno non deve avere la pretesa di “conquistare” una qualche verità, ma mettersi in attesa che essa discenda in lui dopo averla, a lungo, desiderata. La filosofa francese aspirava a tale virtù ma sapeva di non possederla e, a tale riguardo, scriveva

«Se possedessi la virtù dell’umiltà, la più bella delle virtù, forse non mi troverei in questa miserabile condizione di insufficienza». (WEIL S., Attesa di Dio)

Cfr. SCHENA C., La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce, p. 90)