PRIMO capitolo de LA MIA VITA CAPOVOLTA

Era una mattina come tutte le altre. L’odore del caffè dalla mia caffettiera automatica, regolata al solito orario, mi ricordava che avrei dovuto buttarmi giù dal letto. Ah… avrei dovuto iniziare una nuova giornata. Buttai un occhio pigro alla sveglia e con grande fatica, mi alzai e cominciai a fare le solite cose che faccio ogni mattina, in automatico come sedermi sul letto, guardare nel vuoto e ricordare a me stesso: “Tocca a te!” Un po’ frastornato, guardai il gran caos della mia stanza e, al sol pensiero di mettere in ordine, stavo male. Non sono mai stato un grande amante dell’ordine; eppure, nel mio disordine, ci vivo bene. Solita routine: doccia, mi vesto velocemente, corro in cucina per far colazione.

No! Suona la sveglia. Sognavo. Perché? Ultimamente mi accade spesso di immaginare di esser pronto e, sul più bello, la sveglia mi riporta alla realtà.

Sognare mi piace molto. Nei sogni posso fare di tutto. A volte ho addirittura sognato di volare. Fantastico! La cosa che più mi sorprende è che mi rendo conto che sto sognando, ma dico a me stesso: “Il sogno è tuo! Puoi gestirlo come ti pare”. Mi è capitato anche di diventare un supereroe. Ah… che meraviglia sognare. Privo di qualsiasi costrizione avverto la libertà di essere svincolato da tutto e da tutti.

Le mie giornate erano ormai cadenzate tutte allo stesso modo: casa, lavoro, casa, lavoro, casa. Avevo scelto, liberamente costretto, dopo un po’ di convivenze andate male, di restare solo; fare la vita da single mi piaceva, almeno non dovevo dar conto a nessuno, anche se ogni tanto la solitudine si faceva sentire, soprattutto quando vedevo i miei amici che mettevano su famiglia. La mia vita passava inesorabilmente nella routine; nessuna novità, nessun fulmine in quel cielo quasi sereno. Nei momenti di crisi andavo a pregare in una piccola chiesetta vicino casa; era pressoché più grande di una semplice stanza di 5 metri quadrati, lì però riuscivo a calmarmi. Era tutta bianca con un piccolo altare quasi sempre spoglio; ogni tanto vedevo una anziana signora che stava a sistemare qualcosa. Ogni volta che m’incontrava, mi guardava sempre male. Non so perché; sarà per la mia faccia? Ogni tanto mi chiedo come mai la gente mi guarda un po’ stranita, sarà forse la mia lunga barba che crea sospetti. Questa chiesetta aveva anche un crocifisso appeso; penzolava dal soffitto. Se andavi all’orario giusto, il sole che entrava dalla piccola finestrella dai vetri colorati, creava sul crocifisso uno strano gioco di luci. Quando lo fissavo, colpito da quel raggio di luce finissima, avevo la stessa faccia di un bambino che si meraviglia alla scoperta di qualcosa di nuovo; eh sì, proprio quel “oh… che bello!”.

Un giorno una collega, in occasione del suo compleanno, offrì dei cioccolatini; ne scartai uno, lo mangiai e, frettolosamente, appallottolai l’involucro e lo misi in tasca. Che brutta abitudine, mi ritrovavo sempre le tasche piene di carte inutili. Quella sera, di ritorno dal lavoro, mi fermai, come mio solito, in quella chiesetta; la mano scivolò nella tasca e presi in mano l’incarto. Avvolto nella stagnola, c’era il messaggio. Pensai: vediamo che massima d’amore mi suggerisce oggi. No! Con somma meraviglia, l’autore dell’aforisma era Aristotele; non leggevo il suo nome dal tempo del liceo e, onestamente, vederlo sull’incarto di un cioccolatino, destò la mia curiosità. “Agli uomini felici non si addice essere solitari”. Eccolo! Sembrava essere arrivato quel fulmine a ciel sereno. Mi sentivo inquieto. Felicità e solitudine. Due parole che non sembrano stare bene insieme, e invece, per anni, mi ero convinto che, in fondo, da solo ero davvero felice. Tornai a casa in preda all’agitazione. Mi misi a letto subito, sperando che facesse subito giorno.

Da quella sera mi andavo sempre più convincendo di voler cambiare vita: volevo qualcosa di nuovo. Che cosa cercavo davvero? Non lo sapevo nemmeno io. Ero l’eterno indeciso, il classico tipo che non prende quasi mai una decisione. Ancor di più se si trattava di qualcosa che avrebbe stravolto tutta la mia vita.

Il lavoro mi dava grandi soddisfazioni; ero dirigente di settore di una grande multinazionale. Possedevo una bellissima macchina, una bella casa, non mancavano i viaggi, i divertimenti, insomma non mi potevo proprio lamentare. Sentivo spesso dirmi da parenti, amici e conoscenti: “Beato te!” Era una delle affermazioni che meno sopportavo al mondo. Che ne sanno loro di me! Più andavo avanti negli anni, più sentivo che avevo voglia di ricominciare tutto in modo diverso; ho pensato addirittura di andare in un altro paese e cambiare identità e ricominciare da zero. Passavo giorni interi a pensare un piano per scappare lontano da tutti. Il dover fare le cose perché bisognava farle, non lo sopportavo più. L’idea di passare il resto della mia vita in questo modo, mi faceva cadere in uno stato a dir poco deprimente.

Sentivo che ben presto qualcosa sarebbe accaduto, qualcosa che avrebbe capovolto tutta la mia vita. Sai, quando senti quel brivido dentro, lungo la schiena e ti pervade, fino a stingerti anche le viscere; che fosse l’occasione giusta? Eh sì, proprio quello. Non lo dimenticherò mai, era il 17 dicembre.

Uscito da lavoro, mentre mi dirigevo verso la macchina, pensavo e ripensavo che dovevo far qualcosa. Dovevo prendere in mano la mia vita e cambiarla definitivamente. Non potevo continuare così.

Attraversai la strada, squillò il telefono. Presi il telefono dalla tasca della giacca. Non mi resi conto di aver attraversato la strada con il rosso. Sentii un clacson che suonava ininterrottamente. Mi girai di colpo a guardare dietro le mie spalle. C’era una macchina che mi veniva contro e dal quel momento in poi non ricordai più nulla.

Mi svegliai tra le mille voci intorno a me che rimbombavano nel cervello:

– Ha sbattuto la testa!

– È da tre giorni che è in rianimazione.

– Si sveglierà?

– I medici dicono che si risolverà tutto.

Secondo me non sarà più quello di prima.

A un certo punto, mentre ero ancora in uno stato di dormiveglia, mi dissi: “O adesso o mai più”. Avevo quarantadue anni suonati e non facevo nulla per cambiare la mia vita. Feci due conti con me stesso: “E se facessi finta di aver perso la memoria?”. Lo avevo visto fare tante volte nei film, la parte dello smemorato non sarebbe stata difficile e poi tutti mi avrebbero creduto. Un trauma del genere poteva causare la perdita della memoria anche solo temporaneamente. Ecco sì, temporaneamente. Io, e solo io, avrei potuto gestire il gioco; sarei stato io a dettare le regole di quel gioco. I miei genitori erano morti qualche anno prima, gli unici che ne avrebbero potuto soffrire. C’era mio fratello, certo; lui lo sentivo solo alle feste comandate. Così compresi che forse era l’occasione giusta. Mi feci coraggio e aprii gli occhi. Intorno a me c’era mio fratello, alcuni parenti che non vedevo da anni e qualche amico. Sembravano tutti contenti di rivedermi con gli occhi aperti.

– Dove mi trovo? Chi siete?

Sin da piccolo ho sempre fatto quello che volevano gli altri; era la prima volta che prendevo una decisione egoisticamente mia. Solo mia. Mi sembrava di sognare. Provavo una sensazione mista, tra gioia e paura, insomma avevo l’adrenalina a mille.

Feci diverse visite prima di esser dimesso dall’ospedale. La diagnosi era: perdita di memoria a seguito di un trauma cranico. La prognosi, chiaramente, riservata. È stato divertente far finta di non ricordare quasi nulla della mia vita, soprattutto ciò che era legato ad alcune persone. Nelle seguenti e frequenti visite neurologiche e psicologiche alle quali mi sottoponevano, mi resi conto che è facile fare la parte dello smemorato. Non è difficile fregare un paio di medici che, con tutta la loro scienza, alla fine ti dicono:

– Stia tranquillo, la memoria è così! Come se n’è andata, così tornerà!

Certo, pensavo. Nulla di più semplice, solo se lo volessi. L’idea di poter fare finalmente quello che volevo, senza dar conto a nessuno, mi trasmetteva un brivido mai provato prima. Era il brivido della libertà. Finalmente assaporavo il gusto di questa parola sentita miliardi di volte, ma mai e poi mai pienamente sperimentata.

Rientrato, anche la casa stessa mi sembrava diversa. Si respirava aria di cambiamento. Passai tutta la notte a pensare come sarebbe stata la mia vita, cosa avrei cambiato e dove sarei potuto andare.

È mattina. Suona il campanello. Mi alzo, inciampo in mezzo ai miei vestiti provocandomi un lieve dolore alle ginocchia. Apro. È mio fratello Francesco. Mi guarda con sospetto o forse è solo impressione mia, poiché fingevo.

– Ehi, come stai?

Io in quel millesimo di secondo dissi a me stesso: “Fai un respiro profondo e continua la scena”. In ospedale, dopo aver finto di non conoscerlo, mio fratello, con il suo solito fare molto quieto, mi aveva detto:

– Ehi, sono Francesco. Ricordi?

Chiaramente, fingevo di non conoscerlo. E lui quasi urlando:

– Sono tuo fratello! È possibile che non mi riconosci?

Dopo l’incidente, aveva preso qualche giorno di ferie per stare un po’ con me. La mia libertà era finita già prima di iniziare. Non sapevo quanto avrei retto quel gioco. Mi sentii come quei personaggi dei cartoni animati ai quali cade un masso enorme sulla testa. E ora che faccio? Doveva stare tre giorni con me.

Entrò in cucina, aprì il frigo e prese dell’acqua. Io lo seguì con lo sguardo per capire cosa volesse fare. Era sempre più agitato. Prese due sedie e le sistemò una di fronte all’altra.

– Siediti!

– Ok.

– Ti ricordi di quando eravamo piccoli?

– No.

Cominciò a farmi a raffica mille domande su tanti ricordi che avevamo vissuto insieme, ma la mia risposta era sempre un secco: NO. Cominciava a non sopportarmi più, glielo si leggeva in faccia. Sudava per l’agitazione, mentre io cercavo di far finta di non ricordare. Rimasi impressionato di quanti particolari ricordasse. Io avevo rimosso più del 70 per cento di quello che mi raccontava. A un certo punto lo fermai.

– Mi descrivi che tipo sono?

Ho sempre sognato questo momento. Sapere cosa gli frullasse per la testa sul mio conto; e questa finalmente era l’occasione giusta. Mi guardò negli occhi; i suoi erano lucidi e pieni di rabbia.

– Sei sempre stato molto stravagante. Non ti è mai importato nulla di nessuno. Il tuo unico scopo era di far carriera. E con me sei sempre stato un grande presuntuoso. Mi hai sempre trattato come il deficiente di casa. Solo perché eri più brillante di me in tutto!

Avevo il cuore a mille. Stavo per alzarmi e dirgliene di tutti i colori. Non so come riuscii a trattenermi. Rimasi seduto con una faccia a dir poco sorpresa. Avevo la classica faccia di chi ascolta delle storie assurde mai sentite prima. Mi guardò con uno sguardo che mi fece paura. Non avevo mai visto mio fratello in quello stato. Lui, il buono, il pacifico di casa. Non avrei mai immaginato che potesse provare tanto rancore per me.

– Ora vedremo che combinerai. Io me ne ritorno a Milano!

Si alzò di scatto, facendo cadere la sua sedia per terra. Mi diede una pacca sulle spalle e andò via sbattendo la porta. Rimasi qualche minuto fermo, immobile sulla sedia. Mi girava la testa. Avevo la pressione alle stelle. Il cuore batteva a più non posso. Sudavo freddo. Non mi sembrava vero. Per mio fratello ero una persona orribile!

Passai tutto il pomeriggio imbambolato di fronte alla finestra di casa; dava su una grande spianata. Vivevo nella periferia di Roma, zona tranquilla fuori dal caos e dal traffico romano, su un piccolo attico di soli 200 metri quadri. Insomma non me la passavo per niente male. Le parole di mio fratello però mi avevano distrutto. Pensai tra me e me: “Nei prossimi giorni farò un giro tra tutti i miei amici, voglio proprio vedere cosa diranno di me”.

Trascorsi una notte insonne. Suonò il campanello. Erano le 10 del mattino ed io mi ero appena addormentato. E chi si alzava? Toccava a me. E se facessi finta di non ricordare che quello fosse il campanello della porta? No, non poteva funzionare. Non ricordavo le cose, ma non ero certo rimbecillito. Mi alzai per aprire la porta: era Filippo, il mio migliore amico. Entrò. Mi abbracciò.

– Ehi, ti ricordi di me?

Ed ingoiando a vuoto

– No, chi sei?

Mi guardò con una faccia, tipo quando incontri uno che dice a se stesso: “Poveretto, è ridotto proprio male”. Quel suo sguardo mi fece rendere conto che questo gioco cominciava a piacermi. Ora potevo sapere cosa gli altri pensano realmente di me.

– Purtroppo non ricordo più niente. So anche poco di me. E tu chi saresti? Mio fratello? Mio cugino? Il mio vicino di casa?

Facevo la faccia ancora più stravolta. Si sedette sul mio divano bianco. C’erano un po’ di vestiti buttati sopra.

– E tu, mai in ordine? Sono io, Filippo. Il tuo migliore amico. Lavoriamo insieme. Andiamo in palestra insieme. Andiamo a divertirci insieme.

Cominciò a dire tutta una carrellata di fatti in merito a quello che solitamente facevamo insieme. Cominciavo ad annoiarmi. Lui è un tipo davvero chiacchierone. Quando inizia, non la finisce più. Lo interruppi.

– Dimmi che pensi di me? Dimmi come sono?

– Sei l’amico migliore che possa avere.

Io, con un’espressione a dir poco annoiata e scocciata:

– Dimmi di più.

– Sei molto intelligente. Ami la bella vita. Sembri un grande egoista ed egocentrico, ma hai un cuore grande.

– Tu hai stima di me?

– Certo!

Riprese a raccontare tutto quello che facevamo, con tutti i dettagli possibili e immaginabili. Quali locali frequentavamo. La gente che conoscevamo. Sinceramente mi stava snervando. Dovevo far finta di essere interessato e per di più sorpreso dei suoi “fantastici” racconti su noi due. Mio Dio, non ce la facevo più. Anche perché, come si può ben immaginare, erano fatti che conoscevo benissimo.

Per fortuna squillò il telefono.

– Pronto?

– Sono Gustavo. Come stai?

Mi venne un brivido alla schiena; era il mio datore di lavoro. E ora? Respiro profondamente e mi faccio coraggio. Filippo si rende conto che il mio colorito era diventato cadaverico.

– Tutto bene?

– Sì, sì.

Mentre al telefono:

– Mi senti?

– Con chi parlo?

– Gustavo.

– Chi Gustavo?

– Ah vero. Tu non ricordi più niente. Facciamo così, vieni in via Marco Aurelio, 17. Chiedi di Gustavo Mendez.

Avevo delle fitte allo stomaco e, con voce tremante:

– Ok.

– Ah dimenticavo! Sono il tuo capo. Ti aspetto tra un’ora da me.

Ed io con un finto entusiasmo:

– Ok, a dopo.

Guardai Filippo, mi girava la testa. Avevo il cuore in gola.

– Mi spiace, mi racconterai meglio più tardi. Devo sistemarmi subito. Mi ha chiamato un certo Gustavo, dice di esser il mio capo. Conosci?

– Sì, certo che lo conosco è anche il mio capo. Mi raccomando non ti far fregare. È una brava persona, ma sa essere anche un grande opportunista quando vuole.

Io, guardandolo stranito, condividevo pienamente la sua idea su Gustavo, feci un respiro profondo:

– Va bene.

– Allora, io vado. Ci sentiamo stasera per cena. Ok?

– Ok.

– Queste le prendo io.

Non avevo capito cosa avesse preso. Ero contento perché ero riuscito a liberarmi di lui. Ora avevo uno scoglio ancora più grande. Gustavo.

Mi vestii in due secondi. Feci colazione velocemente. Impostai sul cellulare la via di lavoro. Era il minimo che potessi fare. Nel caso avessi incontrato qualcuno, dovevo far finta anche di non conoscere nemmeno la via che percorrevo ogni mattina. Cominciavo un po’ a snervarmi. Non era questo il cambiamento che volevo. Il prima possibile dovevo trovare una soluzione. Cominciai a cercare le chiavi della mia macchina. Oh no!

Ecco cosa aveva portato via Filippo: le mie chiavi. E ora? Chiamai un taxi.

Perché ha portato via le chiavi? Non mi ha dato nemmeno il tempo di dire cosa stai prendendo. Mi agitai ancora di più. Non potevo prendere la mia meravigliosa macchina. Che nervi!

Avevo un semplice Porsche 911 Coupé a due porte, nero fucile. Mi era costata l’ira di Dio. Era per me come una moglie. Grazie a lei abbordavo sempre nuove ragazze. Non perché non ci riuscissi senza. Unita però al mio fascino, aumentava di molto le mie occasioni per accalappiare una nuova preda.

Salii sul taxi. Il tragitto casa-lavoro sembrava più lungo del solito. Nel frattempo pensavo a cosa potessi dire a Gustavo. Più mi avvicinavo, più mi tremavano le gambe. Cominciai di nuovo a sudare. Abbassai il finestrino. Era pieno inverno, ma per l’agitazione morivo di caldo. Mi sentivo collassare.

– Signore, tutto bene?

Il tassista si era reso conto che c’era qualcosa che non andava. E guardandomi dallo specchietto retrovisore:

– Ha bisogno di qualcosa?

– No, no. Tutto bene. Cerchi di fare più veloce.

Per non farmi mancare nulla, c’era anche traffico. Non ce la facevo più a star seduto in macchina. Mancavano circa 200 metri per arrivare.

– Si fermi. Scendo qui.

– Oh ma signore!

Vedo dal tassametro che gli dovevo 14 euro. Prendo 50 euro dal portafoglio.

– Tenga anche il resto!

E guardandomi sorpreso e contento:

– Sta bene?

Scendo dal taxi velocemente e con un grande affanno corro rapidamente per arrivare il prima possibile. Per strada passo vicino al bar dal quale di solito prendevo i miei cinque caffè giornalieri.

– Mario. Mario!

Era un mio collega. Mi veniva spontaneo girarmi e salutarlo. Mentre il mio collo si stava per girare, mi fermai, dicendo a me stesso: “Non lo conosci e non ricordi né il tuo nome e tantomeno il suo!”. Proseguì dritto. Il cuore mi batteva forte, cominciavo di nuovo a sudare freddo. Mi girava la testa. Mi sentivo barcollare come se le ginocchia si dovessero piegare da sole da un momento all’altro. Avevo la bocca secca come se avessi bevuto acqua salata o mangiato del prosciutto crudo salatissimo. Mi rincorse. Mi fermò. Mi afferrò per un braccio tirandomi verso di lui.

– Mario.

– Mario chi?

– Stai scherzando?

Lo guardai con una faccia da ebete e con uno sguardo perso nel vuoto.

– Forse ti stai confondendo con qualcun altro.

Volevo morire. Con Francesco, questo è il suo nome, si andava spesso insieme a fare dei viaggi di lavoro. Era un tipo molto simpatico, anche se per lui esiste solo il calcio. Cosa che a me piaceva poco e niente.

– Scusami, ho un appuntamento.

Lui rimase impietrito. Senza parole. Aveva gli occhi sgranati. Mi girai e me ne andai.

Entrai nel palazzo e chiesi al portinaio, dove potessi trovare Gustavo Mendez.

– Signor Mario. Sta scherzando?

– No. No. Mi dica dove lo posso trovare.

Anche lui mi guardava sbigottito con gli occhi sgranati, con un’espressione tra il serio e il faceto cioè quella faccia che vedi fare quando non sai che dire, perché sei a disagio.

– Sta bene? È tutto ok?

– Mi dica dove posso trovarlo.

– Mah, al quinto piano.

Mentre mi allontanavo borbottava:

– A quello i soldi gli hanno dato alla testa. Cose da matti!

Entrai in ascensore. Non riuscivo a schiacciare con il dito il pulsante cinque. Mi tremava la mano! La dovetti tener ferma con l’aiuto dell’altra. Avevo la bocca ancora più secca. Avevo fatto solo due scalini e avevo già l’affanno. Prima di arrivare da Gustavo dovevo passare in mezzo ad un corridoio con diversi uffici; lì c’era anche il mio. Panico! Lo farò spedito fino alla porta di Gustavo. Mentre percorrevo il corridoio, qualcuno mi chiamava ed io, con estrema velocità e ansia, cercavo di raggiungere prima possibile quella porta che mi sembrava lontana decine di chilometri. Mentre mi affrettavo sempre più agitato, mi sembrava di trovarmi in un incubo. Mi capitava spesso di sognare di correre in qualche situazione di pericolo e, più che aumentare la velocità, di rallentare, quasi come uno slow motion, sopraffatto dal pericolo e dalla paura. Avevo dimenticato, e per davvero, un altro particolare… La segretaria di Gustavo! Prima di entrare da lui c’era lei.

Arianna era una ragazza molto intelligente, forse un po’ frivola, “facile”, direi. Ci si vedeva di tanto in tanto e ci si divertiva pure.

Entrai.

– Ciao bello. Come stai? Ti sei ripreso?

– Scusi. Ho un appuntamento con il signor Mendez.

Mi guardò con la sua solita aria maliziosa. Solo a guardarla me ne andavo su di giri, perdevo il controllo, non capivo più niente. Aveva addosso una camicetta bianca, che la rendeva molto sexy. Amavo guardarla mentre mi parlava e si toccava i suoi lunghi capelli Ho sempre avuto un debole per le donne con i capelli lunghi. Sentii il suo profumo agro-dolce che stava per mandarmi in tilt. Mi fissò intensamente.

– Mi piace questo giochetto del Signor LEI. Ci vediamo stasera e continuiamo…

Tirandomi la cravatta e spingendomi verso il suo stupendo viso roseo ed i suoi occhi profondi…

All’idea feci un bel respiro, stavo perdendo la testa.

– Ho un appuntamento con Gustavo Mendez. Gli può dire che sono qui.

Sorridendo maliziosamente e sussurrandomi nell’orecchio:

– Certo, mio bello sconosciuto.

Sicuramente, come molti a pensarlo, anche lei era a conoscenza del mio incidente, ma non della perdita di memoria, o presunta tale.

– Prego, può entrare. Ci sentiamo più tardi. Signor LEI.

Mentre attraversavo la porta, il cuore mi batteva ancora più forte; sembrava stessi per avere un infarto. Mi mancava l’aria e avevo un brivido freddo che percorreva tutta la spina dorsale. Stavo per crollare. Il mio piano stava per essere distrutto. Non riuscivo più a mantenere il gioco.

In poche ore avevo accumulato troppa tensione. Non m’importava più nulla di sapere quello che gli altri pensavano di me. Mi girava tutto intorno. Vedevo “5 Gustavo” che mi facevano cenno di sedermi…

– Caro Mario, come stai?

Si alzo dalla sua sedia e venne a darmi una pacca sulla spalla. Ed io con voce tremante.

– Bene, bene, grazie.

Iniziai a calmarmi. Mentre si risedette per fortuna, cominciavo a vedere un solo Gustavo. Mi chiese un po’ le dinamiche dell’incidente e cosa non ricordavo più. Io inventai un po’ di cavolate, rimanevo sorpreso di quanto fossi bravo a raccontare bugie. A un certo punto:

– Stai sereno per il lavoro. Prenditi il tempo che vuoi. Io sarò fuori per tre settimane, ci vediamo al mio rientro.

– Va bene.

E velocemente senza parlare e salutare nessuno, ritornai a casa.

Più le ore passavano, più aggiungevo particolari nuovi, che avrei fatto fatica tra qualche giorno a ricordare. Per evitare di essere scoperto, ma soprattutto per evitare un infarto, dovevo a tutti i costi trovare una soluzione, subito.

La soluzione era vendere tutto, lasciare il lavoro e scappare via. Come potevo farlo in così poco tempo? E, soprattutto, lasciando tutti all’oscuro di tutto.

Andai su internet, su uno di quei siti dove si mettono in vendita case e automobili. Non mi andava che mio fratello si appropriasse delle mie cose.

Un’altra cosa che balenava nel mio cervello era il mio nome: MARIO. Non l’avevo mai sopportato. Se avessi cambiato vita, avrei cambiato anche nome. I miei mi avevano chiamato come un loro lontano parente morto in guerra. Mi sono chiesto sempre perché assegnarmi il nome di una persona morta. Poi morta in guerra. Sin da piccolo avevo paura di vederlo girare in casa, soprattutto di notte. In una foto che mi fece vedere mia madre, ricordo benissimo che non aveva per niente una bella faccia. Questo era il momento giusto per cambiare anche quello. Tagliare con tutto il passato era la soluzione più giusta per me.

Su internet cercai come potevo fare a cambiare nome e, con grande sorpresa, vidi che era più facile di quanto si potesse pensare, e si poteva cambiare anche il cognome. Si! Era proprio quello che cercavo. Cambiare nome e cognome senza dirlo a nessuno. Chi mi avrebbe più trovato? Ero emozionato all’idea. Sentivo le farfalle nello stomaco, quelle che si sentono quando t’innamori; ed io m’innamoravo sempre di più del mio sogno di libertà.

Il problema erano i tempi e le motivazioni. Ci voleva più di un mese; inoltre chi cambiava nome lo faceva perché aveva nomi e cognomi ridicoli, o altri casi più seri, non certo ragioni come le mie. Comunque aspettare più di un mese era troppo per me; come facevo a far finta per più di un mese di non ricordare nulla. Che fare? Mi venne un’idea. L’avevo visto fare in molti film. Dai la mazzetta e il problema è risolto.

Non avevo mai fatto nulla del genere. Ripetevo a me stesso: “Un mese in queste condizioni non lo puoi fare!”. Il terrore di vivere le stesse situazioni dell’incubo mi agitava tantissimo.

Dovevo far domanda al prefetto. Sentivo dire da qualche tempo che era arrivato un nuovo prefetto in città e con lui un nuovo funzionario che si occupava di queste pratiche. Ero stato informato da amici di lavoro che non fosse tutto questo stinco di santo. Aveva alle spalle molte accuse, anche se ne era uscito sempre pulito. Chissà, potrei provare, pensai. Mi vestii velocemente e per andare subito in prefettura, ma non avevo le chiavi della macchina. Filippo le aveva portate via e continuava a chiamarmi per uscire a cena, ma non avevo voglia di uscire. E ora? Mi venne in mente che in qualche angolo sperduto della casa, nel mio disordine avevo le seconde chiavi. Sì, ma dove? Cercai ovunque senza nessun risultato, mi veniva di piangere e iniziavo ad avere l’ansia a mille. Guardai in tutti i cassetti della mia stanza, della cucina, del salone, ma niente. Dove le avevo messe. Mi fermai un attimo, mi stesi sul divano, feci un bel respiro e guardando il soffitto bianco, mi ricordai che le avevo nascoste in un libro nella mia immensa libreria. Sì, ma quale? Avevo più di 4.000 libri. Avevo solo una possibilità aprirli uno per uno e cosi feci. Li lanciavo velocemente per terra il tempo scorreva inesorabile. Per fortuna, dopo due centinaia di libri le trovai. Ora dovevo sbrigarmi a tutti i costi.

Indossai un cappello, degli occhiali da sole e un lungo impermeabile grigio. Pensai di passare inosservato e di essere soprattutto irriconoscibile. Vicino alla porta di casa, nel mio appartamento, avevo uno specchio grande quanto tutta la parete e, più che uno che non si vuol far notare, conciato in quel modo sembravo un maniaco. Era l’unico modo per coprirmi un po’ e non farmi riconoscere, o almeno così pensai. Uscii da casa, entrai in ascensore per scendere in garage e, appena aperta la porta dell’ascensore:

– Ehi Mario. Come stai? Ho saputo del tuo incidente.

No! Era il mio vicino di casa, anche lui stava uscendo. Luigi era un ficcanaso, ogni volta che mi portavo qualche donna in casa, non so come, era sempre dietro la porta pronto a suonare il campanello perché, stranamente, gli serviva qualcosa che non aveva nella sua dispensa. Assurdo. Come se non bastasse, non rimaneva mai sulla porta, ma entrava per spiare chi ci fosse con me. Non lo sopportavo. Luigi a parte, mi resi conto che il mio travestimento serviva a ben poco.

Feci finta di non sentire, gli passai accanto come se non esistesse e, frettolosamente, presi la macchina e me ne andai.

Avevo più di trenta chilometri da fare, la prefettura era dall’altra parte della città. Abitavo nei pressi del raccordo anulare e pregavo Dio che non ci fosse traffico. Talvolta sono rimasto bloccato per ore su quel raccordo, e poi noi romani non siamo molto ordinati nel rispettare la corsia giusta. Arrivato al raccordo, per fortuna la strada era libera, i primi dieci chilometri li avrò fatti in meno di cinque minuti. Correvo come un matto, anche perché erano già le undici e non volevo trovar tutto chiuso. Che stupido! Avrei potuto vedere gli orari di apertura su internet, ma ero troppo preso dalla fretta di uscire e ormai non mi sembrava il caso di farlo ora dal mio cellulare, poiché guidavo come un matto. E per finire, anche un incidente. Tutto fermo! Frenai bruscamente. Guidavo talmente veloce, che per poco non mi strangolavo con la cintura. Fila chilometrica. No! Scoppiai a piangere, a singhiozzi. Piangevo senza ragione. Sarà stata la tensione. Non avevo più pianto dopo la morte di mia madre; da quel giorno avevo chiuso i rubinetti! Eh… mia madre. Erano passati quasi otto anni da quando non c’era più; viveva insieme con me dopo la morte di mio padre, morto quando avevo solo venti anni. I miei genitori mi mancavano molto, ma la mia mente era riuscita a cancellare la loro morte. Mi rifiutai di vederli morti. Per poterli ricordare com’erano da vivi? L’idea di vederli in una bara mi avrebbe distrutto!

Mi mancavano molto, ma mi sembrava come se fossero lontani, in qualche parte sperduta del mondo e che, da un giorno all’altro, sarebbero ricomparsi. Immaginavo di sentire il campanello di casa, di aprire la porta e d’un tratto di vederli entrambi, pieni di valige, e ascoltare mia madre mentre entra in casa urlando e mio padre che resta fermo sull’uscio della porta che ride sotto il baffo.

– Mario ma che hai combinato? C’è stata una guerra in casa? Non posso mancare per qualche giorno e ogni volta è la stessa storia. Ora giovanotto senza fare storie, mi aiuti. Muoviti!

Quanto mi mancava sentire la mattina i rumori in cucina, l’odore del caffè che arrivava in camera e sentire i passi di mia madre, mentre si avvicinava al mio letto

– Tesoro è pronto il caffè. Alzati, altrimenti devi sempre correre per andare a lavoro.

Chissà quanto avrei pagato per poter vivere almeno quell’unico momento.

Ero cosciente che questa era solo un’illusione; in fondo, ero solo un codardo. Dove c’era sofferenza, io scappavo.

La morte per me era un tabù. Non appena se ne parlava cambiavo discorso e, se invece non se ne poteva fare a meno, trovavo sempre il modo per allontanarmi inventandomi una scusa.

Negli ultimi anni penso spesso a cosa potrebbe accadere con la mia morte. Qualcuno piangerebbe la mia assenza? E cosa direbbero tutti i miei fantomatici amici; soprattutto, le mie cose nelle mani di chi finirebbero?

Mi andavo sempre più convincendo che la gente che mi circondava mi cercasse solo per approfittare della mia generosità. Dovessi fare i conti di quanti pranzi, cene, viaggi e regali fatti ai miei amici senza mai chiedere nulla, penso che ne uscirebbe la somma per comprare una nuova casa, e nemmeno tanto piccola.

Il ricordo della morte dei miei genitori mi faceva rendere conto che, in fondo, ero una persona sola.

Il traffico si sbloccò e ricominciò la mia corsa verso la libertà. Quel pianto liberatorio mi aveva lasciato gli occhi gonfi, mi colava il naso. Non potevo arrivare in quelle condizioni in prefettura. Mi fermai al primo autogrill. Odiavo andare nei bagni di questi autogrill, sempre sporchi e puzzolenti. Velocemente andai in bagno, mi sciacquai la faccia e, mentre mi asciugavo il viso, guardandomi allo specchio mi resi conto che avevo un occhio nero. E quello da dove era uscito? Come facevo ad avere un occhio nero? Avevo l’abitudine, durante il sonno, di mettere il cellulare su una mensola accanto al letto e stamattina mentre mi alzavo come un cretino l’avevo urtata con la testa e il telefono mi era caduto in faccia. Ero talmente agitato da non rendermene conto. Potevo andare in prefettura in quelle condizioni? Che cosa avrebbe pensato il funzionario? Mi avrebbe preso per qualcuno che non se la sta passando liscia e che avrà avuto un po’ di problemi. Che rabbia, illeso in un incidente stradale, un occhio nero per un banale incidente domestico. Già ero molto agitato; adesso lo ero ancora di più!

Mi asciugai. Presi un caffè. Pensai: “E se mi fermo ad una profumeria a prendere qualcosa per coprirlo?”. Non avevo il tempo e poi dovevo ancora controllare gli orari della prefettura. Guardai finalmente gli orari, avevo ancora un’ora di tempo e l’ufficio era aperto solo la mattina.

Mi rimisi in strada. Per fortuna non c’erano altri incidenti. L’agitazione cominciava di nuovo a salire alle stelle. Avevo il cuore a tremila, ma nonostante tutto iniziai a ridere da solo come un cretino. Non so come; ma mi venne in mente uno dei miei cartoni animati preferiti: Lupin. Sì, mi sentivo il nuovo Lupin, ma io non dovevo rubare nessun oggetto, volevo solo una nuova identità. Dovevo entrare in prefettura come un ladro. Come al solito, quando hai fretta, non trovi parcheggio. Lasciai la macchina in una zona rimozione con le quattro frecce. Scesi velocemente. Avevo la portineria da superare. Con grande sorpresa non c’era nessuno e furtivamente facendo quattro scalini alla volta, iniziai la mia corsa verso la libertà. Seguii le indicazioni: Uffici. Mi ritrovai in un corridoio, dove c’erano più di trenta porte. La mia tachicardia era ormai a parossismo, avevo il sudore freddo che scendeva sulla mia fronte che pulsava per l’agitazione. E ora? Quale sarà? Cercavo disperatamente il suo nome su una di quelle porte. E ricominciavo a dire a me stesso: “Ma chi me la fa’ fare? Mario torna a casa! Smettila con questa farsa. Ti metterai nei guai!”.

Finalmente mi ritrovai di fronte al suo ufficio: Sebastiano Scelli. Pensai c’è solo un problema, come mi presento? Questo mi prenderà per uno squilibrato e chiamerà le forze dell’ordine.

Ormai ero zuppo del mio sudore freddo; sentivo come se i piedi fossero in una pozzanghera. Tremavo, non riuscivo a bussare. Non riuscivo più a controllare le mani, sembrava che non mi appartenessero più. Con la testa diedi bruscamente un colpo alla porta. Silenzio. Un silenzio che faceva aumentare la mia paura. Presi coraggio e con la mano sudata a stento riuscii ad aprire la porta, tanto che la maniglia scivolava alla mia presa. Entrai. Nell’ufficio c’erano una scrivania vuota e un’altra porta. Sicuramente quello era il posto della segretaria che per fortuna non c’era! Forse si era spostata, ma per quanto? Sentivo che dietro quella porta c’era qualcuno che parlava al telefono. Era sicuramente l’uomo che cercavo. All’improvviso torna il silenzio, avrà terminato la chiamata. Ingoiai a vuoto, feci un bel respiro profondo e bussai.

– Sì, avanti.

Entrai. Mi aspettavo una persona più anziana. Dall’aspetto sembrava addirittura più giovane di me.

– Buongiorno, sono Mario Fernando.

Mi guardò molto male.

– E lei chi è? Chi l’ha fatta entrare?

Ed io, gesticolando come un deficiente:

– Lo so. Ha ragione. Stia calmo. Le spiego tutto. Sono riuscito ad arrivare fin qui anche senza un appuntamento; e di questo mi scuso. Ho un serio problema e solo lei mi può aiutare.

Lo dissi tutto d’un fiato. Mi buttai a terra in ginocchio per cercare di inscenare bene la mia disperazione.

Rimase in silenzio per qualche secondo; a me pareva un’eternità. Si alzò in piedi.

– Che cosa vuole?

– Vorrei cambiare nome e cognome.

Mentre parlavo il suo viso diventava sempre più rosso e iniziava a battere una mano sulla scrivania sempre più forte. La paura che chiamasse qualcuno per sbattermi fuori era ormai alle stelle.

– E che vuole?

E, urlando come un pazzo

– Lei si è intrufolato fin qui per dirmi questo?

Ed io ancora più velocemente di prima.

– Il problema è che ci vuole troppo tempo. Vorrei risolvere tutto entro pochi giorni. Sono disposto a pagare qualsiasi cifra.

Ecco! Avevo fatto la più grande cavolata della storia. Ma come si può pensare di corrompere un funzionario del governo in questo modo. Entri, saluti e dai la mazzetta. Ero proprio disperato. Per questo forse mi guardò con gli occhi sgranati, come se volesse prendermi a calci. Urlò:

– Come si permette! Per chi mi ha preso?

– Non è come pensa lei. So che lei è una brava persona, seria e che lavora onestamente. Sono davvero disperato. Le chiedo solo un favore, un aiuto.

Rimase di nuovo in silenzio. Questa volta per qualche minuto. La pressione era di nuovo a mille. Sentivo un caldo allucinante. Mi fischiavano le orecchie. Mi sentivo come nell’incubo. Mi girava tutto. Questa volta non stavo sognando. Mi sembrava un’eternità, ma erano passati appena quaranta secondi. Volevo morire.

– Allora quanto vorrebbe darmi?

Mi sbollentai in un attimo.

– Quello che vuole! 10.000? 50? 100?

– 50 vanno benissimo. Mi dia i suoi dati e domani sarà tutto pronto.

Non ci credevo, aveva detto sì! Aveva accettato la mia proposta. Onestamente ero rimasto un po’ perplesso per la facilità con la quale ero riuscito a corrompere quell’uomo. Non riuscivo a capire quali fossero i miei sentimenti in quel momento. Ero felice perché il mio sogno stava per avverarsi, ma ero preso da angoscia e paura perché pensavo che forse all’uscita avrei trovato i carabinieri pronti per arrestarmi. Già vedevo i titoli sui quotidiani: “Dirigente di multinazionale arrestato per tentativo di corruzione”. In fondo non me ne importava. Mi bastava già la gioia di quel momento.

Mi diede da compilare qualche modulo con tutti i miei dati e con il mio nuovo nome e il mio nuovo cognome: Diego Boleri.

Sapevo che erano banalissimi, ma più comuni erano, più difficile sarebbe stato rintracciarmi.

Ora sorgeva un nuovo problema, avevo bisogno di soldi. Di molti soldi. Come avrei fatto a prelevarli? Come aggirare le regole sulla trasparenza? In questi ultimi anni è diventato impossibile usare grosse somme di contante; se avessi spostato tali cifre, mi sarei esposto ai controlli fiscali. Pensare a un assegno o a un bonifico era impossibile. Come avrei giustificato tale somma a un funzionario del governo? Mi avrebbero arrestato subito, altro che sogno di libertà.

Ai problemi con la banca ci avrei pensato dopo. Ringraziai il funzionario come quando ringrazi Dio, o un Santo, per una grazia ricevuta.

Non mi sembrava vero, ci ero riuscito! L’angoscia ricominciava a prendere il sopravvento. E ora i soldi?

– Vediamoci domani alle sedici, all’ingresso del centro commerciale di Cinecittà.

Tremavo ancora, avevo accumulato troppa agitazione.

– Va bene.

Mentre tornavo alla macchina, pensavo a come avrei potuto recuperare quei soldi e mi venne in mente Liliana.

Liliana era una mia cara amica. Era anche la direttrice della banca, dove avevo i miei risparmi. Una donna molto riservata, che però sapeva il fatto suo. Aveva un debole per me e sicuramente un favore così grosso me lo doveva. Per assecondare la sua ossessione di rimanere sempre giovane, a più riprese le avevo fatto dei prestiti dei quali poi non ho mai preteso la restituzione. Nel giro di qualche anno da bellissima donna si era trasformata in una donna gatto. Somigliava a tutte queste “splendide” signore della TV, tutte uguali. Tutte donne gatto, con zigomi che arrivano sotto gli occhi e con le labbra a canotto. Con Liliana c’era stata una relazione in passato e, sinceramente avevo iniziato anche a pensare che fosse la donna giusta per mettere la testa a posto. Bella, intelligente, intrigante. Poi iniziò con botox e ritocchini, fino a diventare quasi un’altra persona, e non solo esteriormente. Quella flebile intenzione di mettere su famiglia, s’infranse sulle sue labbra fredde e su un corpo di plastica. Onestamente, preferisco le cose naturali.

La chiamai.

– Ciao Liliana, sono Mario.

– Ehilà caro. Come stai?

– Bene. Ho bisogno di vederti urgentemente. Passi da me?

– Si certo. Finisco di fare una commissione e arrivo.

– Ed io, con un tono molto malizioso.

– E di che commissione si tratterebbe?

Mi rispose ridendo

– Sei il solito, non quella che pensi tu. Dai, ci vediamo tra un po’.

Mi piaceva scherzare con lei. Una volta, però, mi fece rimanere a bocca aperta. Mi propose di avere un bambino insieme, senza avere nessun legame particolare. La mia risposta fu un secco no! I bambini non sono dei giocattoli. E poi, come sarebbe cresciuto senza dei genitori che vivono insieme, che condividono la vita insieme. Andava fuori dallo schema di famiglia nella quale ero cresciuto. E poi sinceramente, ormai non avevo più voglia di metter su famiglia. Stavo bene così, solo e tranquillo. Senza nessuno che si lamenta per quello che fai e che non fai. In quel momento, però, capii come per Liliana fosse giunto il momento della crisi. Una quarantenne tutta dedita al lavoro e alla carriera, ossessionata dalla forma fisica. Era arrivato il momento per lei di realizzarsi anche come madre. Anche per questo non aveva tempo e sceglieva scorciatoie piuttosto discutibili.

Io ero strafelice! Tutto iniziava ad andare secondo i miei piani. Ero convinto che Liliana mi avrebbe aiutato.

Tornato a casa, cominciai a vedere un po’ di posti dove sarei potuto andare. Ero indeciso. Tutti i posti mi sembravano uguali, nessuna parte del mondo attirava la mia attenzione più del dovuto. Intanto cominciava a crescere la paura di fare la cosa sbagliata. A un certo punto mi ritornò in mente il problema della casa e della Porsche. Come potevo fare?

Chiamai il mio avvocato, ma non rispose. Iniziai di nuovo ad agitarmi. La mia smania di avere tutto e subito ogni volta mi logorava. Volevo tutto e subito. Ero peggiore di un bambino viziato.

Mi venne in mente mia madre che ripeteva sin da piccolo e fino all’ultimo giorno della sua vita: “Tesoro mio devi imparare che ogni cosa ha il suo tempo. Non devi volere sempre tutto e subito, perché alla fine ci stai male solo tu. I tuoi tempi non sono i tempi degli altri e tantomeno quelli di Dio, che regola ogni giorno della nostra vita”.

Mia madre era una donna di grande fede. Ogni giorno affidava la sua giornata a Lui. Per me invece Dio non occupava un gran posto nella mia vita. A parte i miei momenti di preghiera-silenzio nella chiesetta vicino casa, lo pensavo poco. Avevo una fede tutta mia e talvolta più che pensare se esistesse veramente Dio, si faceva strada dentro di me sempre più la convinzione che c’era qualcosa di più misterioso dietro a Dio. Una sorta di creatura-bambino che giocava con le nostre vite. Molto spesso facevo un sogno molto realistico, nel quale questo Dio-bambino si divertiva a creare nuove situazioni e creature sulla terra, facendo credere al mondo, e soprattutto all’uomo, di essere lui l’artefice. Spesso il Dio-Bambino sbagliava qualche esperimento e creava situazioni poco piacevoli, come la guerra. Nel sogno a un certo punto la madre e il padre di questo bambino, tanto onnipotente quanto impertinente, intervenivano per rimettere ordine. Come fanno tutti genitori che rimettono a posto i giochi dei figli, lasciati di qua e di là in casa. Un’immagine un po’ inverosimile, però a furia di sognarla, mi andavo convincendo che fosse vera.

Le parole di mamma mi venivano in mente soprattutto nei momenti in cui il mio spasmodico desiderio di voler tutto e subito, mi faceva stare male.

Mentre prendevo sonno sul divano, suonò il campanello: di sicuro era Liliana. Mi alzai di scatto per aprire e mi diressi verso la porta. Aprii senza vedere chi fosse.

– Avanti.

No, era mio nipote. Marco studiava qui a Roma. Era all’ultimo anno di Medicina. Un ragazzo molto in gamba. Fisicamente somigliava molto a me. Era alto, biondo, con gli occhi color cielo. Occhi cielo, era così che lo chiamavamo sin da piccolo, in famiglia. Erano di un celeste molto raro. Nella mia vita, ho visto pochissima gente con un colore del genere. Era una combinazione tra il colore del cielo estivo e il colore del mare quando è baciato dal sole. Insomma, mio nipote era un bel giovanotto, come il suo adorato zietto. Sicuramente l’aveva mandato mia cognata per controllare in che situazione mi trovassi una volta rientrato a casa dopo l’incidente. Era una donna molto apprensiva. Una cosa era sicura, teneva molto a me, più di quanto non ci tenesse mio fratello.

E ora? Io stavo aspettando Liliana!

– Zio

Si lanciò addosso con un forte abbraccio, tanto da farmi cadere per terra.

– Come stai? Mamma mi ha detto di venirti a trovare e vedere come te la passi.

Per un momento avevo quasi dimenticato che non riconoscevo niente e nessuno. Stavo per rispondergli come se non fosse successo nulla. Per fortuna, ebbi come un flash della mia partenza davanti agli occhi e rientrai nella parte. Io intristito.

– Sei mio nipote, vero?

Lo guardai con una faccia spaesata, la stessa che fai quando uno ti scambia per un’altra persona. Quel tipo di faccia la conoscevo bene; più di qualche volta mi hanno scambiato per qualcun altro, per un certo Giuseppe. Molti mi dicevano di averlo incontrato, addirittura viveva nelle vicinanze di casa mia, io sinceramente non l’ho mai incrociato nemmeno per strada. Chissà che si prova a incontrarsi a faccia a faccia per strada con il proprio sosia. A parte questo, mi sentivo un ebete a recitare questa parte, ma non avevo altra via per scappare da tutto e da tutti.

– Scusami ma non mi ricordo di te.

– Zio, sono Marco. Su dai, dì la verità, di me ti ricordi!

Con Marco avevo un bellissimo rapporto. Ero il suo fratellone.

– Mi spiace non mi ricordo chi sei. Scusami.

– Sono tuo nipote!

Era un tipo che perdeva subito la pazienza. Proprio come me. Buon sangue non mente.

– Allora zio, se hai bisogno, chiamami! Mi trovi sulla tua rubrica. Sotto il nome: Nipotino. Ok?

– Va bene.

– Sono venuto solo a far un salto. C’è un’amica che mi aspetta giù. Allora chiamami. Ok?

– Ok.

– Ah! Poiché sto qui, non hai per caso 100 euro a portata di mano da prestarmi?

Solita storia, sempre a chiedere soldi.

– Sicuro che sei mio nipote?

– Sì, zio. Dai, altrimenti faccio tardi.

Prendo il portafoglio e invece di 100, gli dò 500 euro! In fin dei conti, sarebbero stati gli ultimi soldi che mi fregava.

– Grazie, zio. Sono troppi…

– Prendi! Tranquillo.

Senza farselo ripetere due volte, saltando di gioia:

– Grazie, zietto mio!

Abbracciandomi quasi a soffocarmi.

– Scappo. Chiamami, mi raccomando.

Cominciò a venirmi un po’ di tristezza, mista ad un senso acuto di solitudine. Non avrei visto più nessuno, neanche le persone a cui volevo bene. Eppure la voglia di eliminare e allontanare una marea di gente dalla mia vita mi faceva stare meglio.

Sin da piccolo ho avuto sempre problemi ad allontanare gente dalla mia vita. Non ero capace di staccarmi da nessun amico che incontravo sulla mia strada, anche se era gente che mi aveva fatto soffrire. Era come accumulare oggetti inutili; anche se non ti servono più, li tieni per non darli a qualcun altro. E così facevo con le persone. Un atteggiamento patetico, ma non riuscivo a fare altrimenti. A un tratto, suonò di nuovo il campanello. Speriamo sia Liliana. Non vorrei avere un’altra sorpresa; i miei nervi cominciavano un po’ a crollare. Troppo stress in così poche ore. Cominciò a farmi male lo stomaco. Crampi allucinanti. Pensai che mi stesse venendo un infarto. Spesso ho sentito dire che il dolore allo stomaco poteva essere un campanello di allarme. Durante la giornata ho avuto diverse volte la tachicardia; non era mai successa una situazione del genere in vita mia. Cominciai a preoccuparmi sul serio. Il dolore aumentava sempre di più, a mala pena riuscivo a stare in piedi. Risuonò il campanello. Aprii. Era Liliana.

– Che hai?

– Ho un dolore tremendo allo stomaco. Scusami.

– Ti porto in ospedale?

– No, no. Ora passa.

– Bevi un po’ di acqua. Siediti.

Corse in cucina. Liliana conosceva bene la mia casa. Prese un bicchiere di acqua.

– Bevi con calma.

Mentre bevevo sentivo come se passasse una spada a doppio taglio. Stavo proprio male!

– Come ti senti? Hai mangiato oggi?

È vero, non avevo toccato cibo per tutto il giorno. Sicuramente era quello. Non era nessun infarto era sola fame! Mi prese una mela. La mangiai lentamente. Iniziavo a perder le forze.

– Liliana mi devi aiutare.

– Dimmi come?

Con una faccia spaventata

– Che hai fatto? Che è successo? Hai combinato qualcosa?

Lei non sapeva nulla del mio incidente, quindi potevo parlare tranquillamente senza far finta di aver perso la memoria. Tanto ben presto non l’avrei mai più rivista.

– Mi servono entro domani tutti i soldi che ho in banca.

– Oh, ma come faccio? Sono troppi!

Il mio conto in banca aggirava intorno ai 2 milioni di euro. Aveva tutte le ragioni per dire che la mettevo in difficoltà. Alla fine lei era la direttrice, qualcosa la poteva fare.

– Mi servono. Non posso dirti in che terribile situazione mi sono cacciato, ma se non mi aiuti sono veramente spacciato!

Cercai di fare il più disperato possibile. Quasi piangevo. Il mal di stomaco mi aiutava nel recitare meglio la parte. Cercavo di non guardarla in faccia. Guardavo per terra con le mani nei capelli. Vedevo che iniziava ad agitarsi. Il suo tacco dodici tremava sulla mia moquette.

– Vedo che posso fare. Domani mattina ti farò sapere.

– Mi raccomando non dire nulla a nessuno.

– No. No. Tranquillo. Sei sicuro che non vuoi raccontarmi quello che è successo?

– No. È meglio di no. Non voglio che ti trovi in questa storia anche tu.

Ero un po’ contraddittorio. Non le raccontavo cosa fosse accaduto per non farla trovare nei casini, però le chiedevo di ritirare tutti i miei soldi in un giorno solo. Se non fosse che sono molto convincente, al suo posto mi direi: “Ma come ti vedi? Smettila di recitare e dimmi la verità!”

Uno dei miei sogni del cassetto sin da piccolo è sempre stato quello di diventar un attore. I miei non me l’hanno mai permesso, perché il piccolo genio doveva sfondare nel mondo dell’economia e così è stato. Finalmente il mio film era appena iniziato. Il protagonista, il regista e lo sceneggiatore ero solo e solamente io.

Si alzò. Mi venne incontro e, accarezzandomi la testa:

– Ci sentiamo domani.

– Grazie.

– Scappo, ho una cena di lavoro.

Il mal di stomaco era passato. Adesso aspettavo il mio avvocato. Squillò il telefono. Era mio fratello. E che voleva ora? Mi aveva detto che si sarebbe fatto sentire non subito. Non risposi. Richiamò un’altra volta. Io nulla, guardai il cellulare che continuava a squillare. Avevo voglia di rispondere; chissà se avrei sentito più la sua voce. Lasciai perdere.

Suonò il campanello. Era l’avvocato. Mentre stavo per aprire, mi venne in mente come potevo vendere casa e macchina in un giorno e poi… avrebbe mantenuto il segreto? Continuò a suonare. Decisi di non aprire. Il suo aiuto non mi serviva più. Rimasi in silenzio. Cominciò a chiamarmi sul cellulare; per fortuna avevo tolto la suoneria. Passò a chiamare al telefono fisso. Suona, suona e suona quella orribile musica di Natale che avevo impostato giusto per far sentire aria di festa in casa, visto che per me, più gli anni passavano, e più il natale era diventato un giorno come tanti altri. Io niente. Alla fine andò via.

La casa l’avrei lasciata a mio nipote. E la macchina? Conoscevo qualcuno che mi chiedeva di tanto in tanto dei soldi. Era una specie di strozzino, un poveraccio che alla fine mi faceva solo pena. Aveva cinque figli. Per non farmi scassinare la casa e rubare la macchina, gli davo 200 euro di tanto in tanto. Di solito si trovava sempre nei paraggi. Scesi a cercarlo. Non riuscivo a trovarlo. Certi personaggi quando non li vuoi, li trovi sempre, quando ti servono non ci sono mai!

Finalmente, lo trovai in uno dei bar sotto casa. Entrai. Non c’erano delle belle facce, anche il barista sembrava uno che aveva certi giri strani.

– Carlo. Ti posso parlare?

– Sì, Signore.

A bassissima voce.

– Devi farmi un favore, domani sera devi far sparire la mia macchina.

E lui quasi urlando.

– Sparire?

Mi guardò sorpreso. Mi afferrò per braccio e mi porto fuori.

– Ditemi tutto!

– Domani sera dovrai far sparire la mia macchina. Devi farla cadere in qualche zona di mare, dove non può essere più recuperata.

– Eh? Signore… ma sta bene?

Non sopportavo quando qualcuno mi chiamava “Signore”, mi faceva sentire vecchio.

– Non è semplice e poi per un lavoro del genere mi deve pagare bene.

– 30.000 bastano?

– No.

– 40 o niente!

– Ok. Ok.

Mi piangeva il cuore. La mia macchina costata quasi 200.000 euro! La chiamavo mia moglie. Anche se non sopportavo l’idea, era l’unico modo per sparire con più tranquillità e soprattutto non lasciare la mia Porsche a mio fratello.

– Allora domani sera alle 18.00, passo a prendere le chiavi.

– No. Prima mi devi accompagnare in aeroporto e poi la fai sparire.

– A domani.

Me ne tornai a casa. Avevo la faccia che mi scottava per l’agitazione. Mi dispiaceva più lasciare la mia macchina, che tutte le altre persone che conoscevo. Mi spaventava, perché mi rendevo conto che le parole dette da mio fratello nel sogno, in fondo, erano vere. Ero un egoista, un presuntuoso che pensava solo a se stesso e alle sue cose.

Passai tutta la notte sveglio. Mi addormentai al sorgere del sole. Squillò il telefono. Era Liliana.

– Ci vediamo al bar sotto casa tua alle 12.00.

E chiuse la chiamata. Sembrava molto agitata. Forse non era riuscita a prendere i soldi. Cominciai di nuovo ad agitarmi. Se non fosse riuscita a intascare i soldi, tutto il mio piano sarebbe andato a rotoli. Carlo avrebbe voluto lo stesso i quaranta mila euro per non farmi rubare la macchina e scassinare casa.

Il mio sogno di libertà andava sfumando.

Liliana mi chiamò alle 8.00. Iniziai a fare le valigie. Presi le mie due valigie più grandi. Entrai nella mia cabina armadio. E ora? Che prendo? Avevo più di un centinaio di vestiti e di scarpe. E poi non sapevo ancora dove andare e che tipo di abbigliamento era necessario. Decisi di fare un po’ estivo e un po’ invernale. Mentre cominciavo a scegliere e a lanciare sul letto le cose che avrei messo in valigia, iniziai a piangere come un bambino. Le lacrime scendevano da sole. Non ero abituato a piangere così spesso, in un lasso di tempo così breve. Piangevo disperatamente. In un momento mi resi conto che lasciare tutto e tutti non era per niente facile. Piangevo a singhiozzi. Mi sedetti per terra e, con la testa poggiata sulle gambe, continuai a piangere come un bambino. Buttare tutta la mia vita per un mio capriccio! Forse stavo esagerando e dovevo smettere di fare un passo che, alla fine, era più lungo di me.

Stavo per distruggere tutto quello che avevo costruito con tanta fatica. Ogni singolo oggetto di casa aveva il suo valore, non solo materiale, ma soprattutto affettivo. Tutte le mie foto dei momenti passati con la mia famiglia. Anche quelle avrei dovuto lasciare lì. Non potevo portarmi tutta la casa con me!

Mi resi conto che erano quasi le 12; scesi al bar e mi sedetti al tavolino. L’attesa come sempre mi logorava, non riuscivo più ad aspettare. Intorno a me vedevo solo gente che rideva e scherzava. L’unico a essere triste e avere il magone ero io.

Arriva Liliana, bella come non mai. Mi sembrava una dea, forse perché era l’ultima volta che l’avrei vista. Aveva con sé una valigetta. Lì dentro c’erano sicuramente i miei soldi.

Mi baciò e si sedette. Aveva qualcosa di diverso dal solito; i suoi occhi neri erano più magnetici del solito. I suoi lunghi capelli che scendevano sul suo tailleur rosso la rendevano ancora più bella.

– Qui ci sono i tuoi soldi. Se non mi dici cosa sta succedendo non ti dò nulla.

La guardai come un cane bastonato.

Guardandomi negli occhi, molto preoccupata, disse:

– Va bene. Fammi sapere qualcosa appena concludi quello che devi fare.

– Ok.

– Io devo ritornare subito in banca.

Si alzò, mi diede un bacio sulla fronte e andò via lasciandomi la valigia.

Salii subito a casa, avevo tutti i miei soldi, mi sembrava di sognare. Finalmente potevo cominciare la mia nuova vita in libertà.

Ora, avevo ancora quattro ore prima di incontrare il funzionario, e sei per incontrare Carlo e partire, ma dove?

Cominciai a risistemare le valigie. Di tutti gli oggetti che possedevo in casa presi solo una mia foto da piccolo insieme ai miei genitori. Era una foto scattata in occasione della mia prima comunione, ero così carino e piccolino, ma soprattutto ero felice e non ero insoddisfatto come lo sono adesso. Ho sempre sognato di ritornare bambino però a una condizione: con la conoscenza e la maturità che ho oggi. Penso che sia un pensiero che sarà venuto in mente a tutti, nessuno escluso. Sarebbe bellissimo ritornare indietro nel tempo e far accadere le cose in maniera diversa; ma purtroppo era solo un sogno, un pensiero fugace che lasciava il tempo che trovava. Almeno era stato così fin allora, ma adesso anche se non avevo più dieci anni, potevo azzerare tutto e ricominciare in maniera diversa!

Mi buttai sul letto, misi la sveglia alle 15.00 per essere puntuale con il funzionario.

Ero talmente stanco che presi sonno subito. Mi ritrovai in un bellissimo giardino, con bellissimi fiori dal profumo intenso. Erano di colori variegati, uno più bello dell’altro. Al centro c’era una grande quercia.

La quercia era il mio albero preferito. Mi piaceva la maestosità disarmante di quest’albero e poi mi ricordava il mondo fiabesco. Dietro il grande tronco della quercia intravidi nell’ombra interrotta dai raggi del sole, due persone. Non riuscivo a capire chi fossero. Il sole mi accecava, ma discostandomi verso l’ombra vidi che erano i miei genitori; non ci potevo credere erano proprio loro! Belli come il sole ma immobili. Mi guardavano senza parlare, avevano un’aria molto preoccupata. Sembrava che volessero dirmi qualcosa ma restavano in silenzio. Si sentiva solo il fruscio del vento che accarezzava le piante e il cinguettio di alcuni uccelli. A un certo punto cercai di andar loro incontro ma c’era una forza da dietro che mi tratteneva. Mi giravo ma non c’era nessuno; provai e riprovai diverse volte ma nulla. Avevo l’affanno, cercavo di andare loro incontro, ma rimanevano immobili a fissarmi. All’improvviso mia madre iniziò a piangere in silenzio. Il suo viso si riempiva di lacrime, mentre mio padre continuava a fissarmi.

Avevo la bocca come paralizzata, non riuscivo a parlare, caddi per terra piangendo nella disperazione.

I miei genitori erano lì ed io non riuscivo nemmeno a chiamarli! A un certo punto mi resi conto che stavo sognando e che il sogno era mio e potevo gestirlo io. Allora con grande fatica cercai di urlare: Mamma! Papà! Mi sembrava di morire, a mala pena riuscivo a emettere un flebile filo di voce, con grande fatica sussurrai Mamma…

Suonò la sveglia, erano le 15! Mi alzai di botto, agitatissimo e sudato come non mai.

E se fosse stato un sogno premonitore? Il sogno nel quale i miei genitori mi avvisavano che stavo facendo la cosa sbagliata?

Ormai non potevano tornare indietro; non poteva un sogno silenzioso, senza parole, mandare all’aria tutto quello che ero riuscito realizzare per la mia fuga alla libertà.

Mi buttai sotto la doccia e, mentre l’acqua scivolava sulla mia testa, pensavo ai miei genitori, a quel sogno che non poco mi aveva turbato. Feci un bel respiro e velocemente mi asciugai, mi vestii e uscii da casa.

Mi diressi verso il centro commerciale e mi resi conto di aver dimenticato i soldi; non avevo nemmeno controllato se Liliana avesse prelevato davvero tutto quanto avevo in banca.

Ritornai indietro e ricominciai ad agitarmi. Salii velocemente le scale, facendo due o tre scalini alla volta. Non potevo aspettare l’ascensore occupato. Entrai in casa, aprii la valigia, era zeppa di soldi, non potevo contarli tutti, erano troppi. Inizia a prendere pezzi da 200 e 500. Quanto dovevo portare al funzionario? 50 o 70 o addirittura cento! Non mi ricordavo più. Basta, ne presi 50.000. Mentre li contavo la mia mente andava altrove. Gli stavo regalando 50.000 euro. Cominciavo a innervosirmi, il tempo passava e ogni volta dimenticavo a che punto ero arrivato? 20.000? o 22.000?

Mi sedetti per terra, divisi le banconote per 500 e 200… feci cinquanta mazzetti e basta! Finalmente contai 50.000 euro. Andai in cucina e presi una borsa di plastica della spesa. Non stavo capendo più nulla. L’agitazione mi aveva fatto perdere il controllo. Ora non vedevo l’ora di lasciare quei soldi al funzionario, prendermi i miei nuovi documenti e ritornare a casa. Non potevo presentarmi con tutti quei soldi in una busta di plastica trasparente davanti ad un centro commerciale. Corsi nella mia cabina armadio e presi una 24 ore e li lanciai tutti dentro. Uscii nuovamente da casa e cominciai a pensare: e se ho sbagliato a contarli? Non potevo rimettermi a contare soldi in macchina, anche perché erano già le 15.26. Avevo poco più di mezzora per arrivare puntuale all’appuntamento!

Mi misi a correre come un matto, come non avevo mai fatto. Sul raccordo anulare avevo raggiunto i 200 km/h! “Mario, rallenta” – dissi a me stesso. Se muori, è un guaio. Iniziai a rallentare, ero troppo agitato. Dovevo controllarmi. Erano ancora le 15.40, avevo ancora del tempo per arrivare con calma.

Finalmente, in un traffico abbastanza scorrevole, arrivai a Cinecittà e raggiunsi il centro commerciale. Intravidi un uomo con un capello e occhiali da sole fermo davanti all’ingresso che si guardava in giro come se aspettasse qualcuno. Sara lui? Si sarà un po’ camuffato? Il cappello e i grandi occhialoni gli coprivano la faccia quasi completamente. Scesi dalla macchina velocemente, mi diressi verso di lui, ma, mentre mi avvicinavo, l’uomo si allontanò per andare incontro a una donna. Non era lui! Ed erano già le sedici. Avrà cambiato idea. Io ero peggiore di uno svizzero agli appuntamenti; spesso arrivavo in anticipo anche di un’ora, non sopportavo l’idea che qualcuno dovesse aspettarmi. Iniziai ad avere di nuovo fitte allo stomaco; erano le 16.15 e del funzionario non si vedeva nemmeno l’ombra. Iniziò a balenarmi anche l’idea che il funzionario avesse avvisato le forze dell’ordine e che sarebbero sbucate da un momento all’altro. A un certo punto, mentre mi agitavo sempre di più, mi venne in mente che c’era un altro ingresso. Corsi dall’altro lato del centro commerciale. Intravidi da lontano una macchina nera, ferma davanti all’ingresso. Non riuscivo a vedere chi ci fosse dentro. I vetri oscurati non mi permettevano di vedere chi e quante persone ci fossero dentro. Mentre mi avvicinavo, la macchina cominciò a muoversi. Mi venne incontro. Doveva essere per forza lui. Mi guardai intorno per vedere se ci fossero forze dell’ordine ma nulla. L’uomo all’interno abbassò il finestrino.

– Era ora! È oltre mezz’ora che la sto aspettando!

Ed io, balbettando.

– Ero dall’altro lato.

– Ha portato i soldi?

– Sì, sì.

– Ecco, questo è suo. C’è tutto dentro! Tutti i documenti che le servono, anche il passaporto.

Presi la busta e gli passai la 24 ore. Senza dir niente, accelerò e andò via, senza controllare se ci fossero i soldi e senza farmi controllare se ci fossero i documenti.

Andai verso la mia macchina. Mi tremavano le gambe. Mi sedetti. Feci un bel respiro. Aprii la busta e tirai fuori una busta da lettere sigillata. La aprii e dentro c’erano i miei nuovi documenti. Tirai un sospiro di sollievo… era tutto pronto. Potevo andar via da tutto e da tutti!

Rientrai a casa che erano ormai le diciassette. Mancava solo un’ora prima che arrivasse Carlo. Mi buttai sul divano. Era tutto pronto, restai fermo a guardare il soffitto. A un tratto iniziai a sentire delle voci che mi chiamavano: Mario…Mario…

Stavo diventando pazzo? O forse era il risultato di tutto lo stress accumulato in meno di quarantotto ore? O il colpo preso durante l’incidente? O altro?

Fatto sta, che sentivo delle voci che mi chiamavano. Iniziai a spaventarmi sul serio. Andai velocemente in bagno. Chiusi la porta a chiave e misi la testa nel lavandino, sotto l’acqua fredda. L’acqua mi scorreva velocemente sulla testa che ormai era diventata fredda come un ghiacciolo. A un certo punto queste voci smisero di chiamarmi. Lo stress alcune volte fa brutti scherzi ed io, avevo un po’ esagerato. Le forti emozioni di queste ultime ore mi avevano forse un po’ intontito.

Ritornai nel salone e iniziai a contare i 40.000 euro che dovevo dare a Carlo per farmi accompagnare all’aeroporto di Fiumicino e far sparire la mia macchina nel nulla.

Mancavano ormai solo dieci minuti. Pensai di nuovo dove sarei potuto andare, ma nulla. Nessun luogo mi sembrava giusto. Nessun luogo mi sembrava sicuro. Nessun luogo mi dava emozioni o entusiasmo. Forse sarei dovuto rimanere a casa e basta.

Suonarono al citofono.

– Chi è?

– Sono Carlo, signore. Scenda quando vuole, la aspetto fuori dalla zona garage.

– Ok, arrivo.

Presi le mie cose e, con gli occhi lucidi, chiusi la porta di casa. Non avevo lasciato nessun biglietto, nessun avviso. All’improvviso squillò il cellulare. Era mio fratello!

Mi venne in mente che anche il cellulare, insieme alle altre mie cose doveva rimanere a casa. Rientrai. Cancellai tutte le chiamate, tutti i messaggi e disinstallai WhatsApp.

Come avevo fatto a dimenticare questo particolare? Dovevo anche cancellarmi dai social, ma ormai era troppo tardi. Comunque non sarebbero mai riusciti a entrare nei miei diversi profili, avevo delle password assurde e impensabili. Anzi forse era meglio non cancellarli, così avrei potuto leggere, in futuro, cosa avrebbero scritto i miei amici dopo la mia scomparsa.

Spensi il cellulare e lo lasciai sul tavolo della cucina. Tanto per riaccenderlo ci voleva la mia impronta digitale; portarlo con me sarebbe stato il modo più veloce per essere rintracciato. Appena acceso, avrebbero localizzato subito la zona in cui mi trovavo. Ormai si è spiati in tutto. Privacy zero.

Mentre entrai in ascensore, chi sbucò dalla porta di casa? Lui, il solito pettegolo. Il mio vicino di casa. Luigi!

– Ho sentito sbattere due volte la tua porta e mi sono preoccupato.

Io faccio finta di non sentirlo:

– Parti?

Continuai a ignorarlo ed entrai in ascensore. È possibile che sbuca sempre nel momento meno opportuno? Ora il mondo intero avrebbe saputo che ero uscito da casa a quell’ora.

Arrivai giù in garage, misi fuori la macchina, accesi il motore. Mi vennero i brividi, iniziava finalmente il mio viaggio verso la libertà, ma in luogo ancora ignoto.

Carlo mi aspettava all’uscita. Appena salì in macchina:

– Signore, hai portato i soldi?

– Sì.

Iniziai a dirigermi verso l’aeroporto e cominciò a venirmi in mente una marea di ricordi e insieme iniziò a balenarmi il dubbio se davvero fossi stato in grado di fare reset di tutto! Ci sarei mai riuscito?

Ormai era tutto pronto, non potevo più tirarmi indietro. Se l’avessi fatto, sicuramente l’indomani me ne sarei amaramente pentito.

Sulla strada non c’era traffico. Carlo non diceva una parola ed io ero assorto nei miei pensieri.

Arrivai all’aeroporto, scesi velocemente dalla macchina. Ricordo che c’era un vento fortissimo. Presi le valigie.

– Carlo. Mi raccomando, falla sparire.

– Sì, Signore!

– Ecco i tuoi soldi.

Ed in un battito di ciglia, salì sulla mia macchina e sparì nel nulla. In quel momento mi venne in mente che per fortuna, non volli mai installare il GPS alla macchina.

Cominciai a pensare se veramente Carlo l’avrebbe fatta cadere giù in fondo al mare da qualche costiera. Mi convinsi però, conscendo il soggetto, che per guadagnare un po’ di soldi in più oltre a quelli che gli avevo regalato, sicuramente aveva già trovato un acquirente per ogni singolo pezzo. La mia stupenda macchina, in un modo o nell’altro, stava per essere distrutta.

Entrai in aeroporto, avevo una grande paura di incontrare qualcuno che conoscevo. Anche questa possibile situazione non l’avevo messa in conto! Non pensai nemmeno a un travestimento per camuffarmi.

Guardai la tabella delle partenze internazionali. Non sapevo cosa scegliere: America, Asia, Africa, Australia.

Guardare quella tabella mi faceva venire il voltastomaco. Decisi di andare alla prima compagnia aerea e chiedere un biglietto per qualsiasi posto. L’importante era partire subito.

– Buonasera.

– Buonasera a lei, mi dica.

– Signorina, qual è il primo volo internazionale libero?

Mi guardò con un’aria molto sorpresa.

– Un attimo, mi faccia controllare.

– Allora, abbiamo posti liberi verso molte destinazioni

Iniziò ad elencarmi una marea di città. Ero talmente agitato che non sentii nulla. Sentivo solo un gran fischio negli orecchi. Chissà a quanto avevo la pressione.

Iniziai sul serio a sentirmi male.

– Signore! Tutto bene?

Vedevo due signorine, mi girava tutto…

– Sì, sì. Tutto bene.

– Allora confermiamo?

Non avevo capito che città avesse detto.

– Va benissimo l’ultima città che mi ha detto.

– Il costo è 1450 euro. Va bene lo stesso?

– Sì, sì.

Invece di esser felice perché finalmente iniziavo la mia nuova vita, stavo per collassare.

– Documenti.

Presi il mio nuovo passaporto ed i soldi

– Allora il gate è il numero sette e parte tra venti minuti.

– Va bene.

– La accompagno io, la faccio passare avanti ai controlli.

La seguii. Mi girava ancora di più la testa. Riuscivo a camminare lentamente appoggiato sui trolley che mi sostenevano. Lentamente tutta la paura e tensione si stava trasformando in gioia.

Finalmente il mio sogno di libertà si stava realizzando…

Finalmente iniziava la mia vita capovolta.

Il cambiamento

Il cambiamento porta nella vita uno squilibrio non di poco conto. Qualsiasi tipo di cambiamento, piccolo o grande che sia, è sempre un salto verso qualcosa di diverso. Porta sempre delle ripercussioni sulla vita intera.

Quante volte ci siamo ritrovati davanti ad un bivio e, non sapendo cosa fare, abbiamo preferito rimanere dove eravamo, scegliendo così di evitare una strada diversa che avrebbe portato un cambiamento? Abbiamo deciso di continuare la nostra solita vita. Ogni volta che rifiutiamo di cambiare rotta, ripetiamo a noi stessi sempre la stessa cosa: è un’occasione perduta. Salvo poi giustificarsi pensando che, in fondo, sicuramente ne arriverà un’altra, anche migliore. Ah, chissà se avessi fatto qualche altra scelta cosa sarebbe accaduto e chissà se e quando arriverà mai un’altra occasione.

Nella vita bisogna osare; è vero che la stabilità è una cosa che ci piace, che ci dà comodità. Invece, quando ci rendiamo conto che ormai la mattina non ci alziamo più con la gioia di affrontare la giornata, comprendiamo che la stabilità ha bisogno di essere scossa. Senza rendercene conto, entriamo pian piano in un’apatia che ci porta silenziosamente a perdere il sorriso. Molti la chiamano depressione, termine usato e abusato. Non è depressione ma semplice esigenza di cambiare; necessità di portare al più presto una novità nella nostra vita. Il cambiamento non deve essere necessariamente grande; anche se è piccolissimo, ci porta a ritrovare un buon motivo per essere felici, o perlomeno soddisfatti della nostra vita. Ormai riempiamo le nostre giornate di mille cose da fare. Se avessimo la possibilità di allungare la giornata fino a quarantotto ore, lo faremmo tutti per aver il tempo di fare tutto. Ahimè, il risultato non sarebbe finalmente avere del tempo libero per noi, anzi! Quelle quarantotto ore non basterebbero nemmeno. Vorremmo a quel punto una giornata di settantadue ore. Perciò se riempiamo tutta la nostra giornata, senza lasciar uno spazio vuoto, anche solo per fare un bel respiro profondo, quando ci alziamo la mattina più stanchi del giorno prima, necessitiamo di un cambiamento. Fosse anche solo semplicemente cambiare lo stile della nostra giornata. Bisogna aver il coraggio di farlo. Eh sì, il cambiamento è un atto di coraggio; è un salto nel buio del quale ignoriamo le conseguenze. Quando riusciremo a farlo, tutto sarà diverso, soprattutto nuovo.

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Leggi gratuitamente 10 delle 50 poesie che si trovano all’interno della raccolta “Sussurri di un’anima”

CONFORTO

L’ebrezza del mare

accarezzava la mia anima,

ma la solitudine strappava

la mia apparente serenità,

che trapelava dal mio sguardo.

La notte ormai arrivata

copriva ogni cosa.

La luna oscurata

si nascondeva nuda dietro un cielo triste.

Il rimbombo del mio cuore

insieme al mio respiro,

rompeva quel silenzio assordante.

Passi silenziosi sulla sabbia

si avvicinavano dietro di me

al ritmo del mio cuore.

Un tocco,

un sospiro,

un abbraccio,

e fu pace.

Sussurri di un’anima

CAREZZA

Sento un brivido

che mi blocca il respiro.

Un’emozione senza uguali

mi lascia inerme

sul ciglio della strada.

Sento la dolcezza divina

che assapora l’attimo

che fugge inesorabile.

Non comprendo il momento:

Gioia o dolore?

Cerco risposta

nei volti dei passanti

privi di emozioni.

Vago alla ricerca di comprensione.

Era una carezza al cuore.

VOLTO

Cammino nel silenzio,

cercando riparo dall’insoddisfazione

celata dietro una finta vivacità.

Tutto rende la mia vita

un recitar continuo.

Un volto

per ogni giorno,

un volto

per ogni situazione,

un volto

per ogni sguardo incrociato.

Sento un vuoto

mai colmato,

nell’illusorio rifugio

di un incosciente forse.

ATTIMI

Attimi che passano inesorabili

nei pensieri frastornati

dal silenzio inquieto dell’animo.

Mi portano in un abisso di inerme fragilità,

nel quale a stento riesco a riconoscermi.

Volano in alto nell’infinito inquieto,

voci che ritornano in mente

di un passato dimenticato,

tra le corse di un futuro mai raggiunto.

Ogni giorno sempre disuguale

da quello che pensavo che fosse.

Resto in silenzio

ad ascoltare

le voci di un domani mai vissuto.

RESPONSABILITÀ

Leggerezza dei giorni passati

in un futuro colmo di nuovi traguardi.

Ansia di ciò che sarò domani.

Responsabile del mio ieri, oggi e domani.

Incapace talvolta di guardare avanti

bloccato da finte convinzioni,

che rendono il mio volo basso

o inesistente.

Sento una forza,

mi spinge ad avere coraggio.

Immobile sulla scelta giusta

il mio animo si porta

in nuove riposte.

Brividi assalgono

il mio animo incerto.

La gioia esplode nel cuore

Solo dopo un vero SI.

AMORE

È subito giorno,

quello sguardo

ti trasforma

in un uomo nuovo.

L’incomprensibile realtà ti solleva dolcemente

in un bacio delicato.

Vibra in pulsioni irrefrenabili

nel cuore

impazzito

incapace di comprendere Il perché…

Il come…

Il quando…

E per quanto…

Una sola domanda

È questo l’amore?

OCCHI

Batte il cuore all’impazzata,

corre veloce

verso la persona amata.

Mille pensieri

scorrono veloci.

Mille parole

si uniscono delicatamente

in stupende frasi.

Appena incrocio il suo sguardo,

tutto si perde,

cade ogni cosa,

non esiste più nulla.

Restano solo

occhi contro occhi

in silenzio

parlano d’infinito.

SUSSURRI

Bisbigli di un’anima

in ricerca di qualcosa

di indefinito

di cui non conosce

la provenienza.

Scava continuamente dentro un cuore

pulsante di nuove emozioni.

In un infinito

di suoni frastornanti.

Si sente

una freschezza

che libera vaga.

Taglia l’essere

con delicatezza estrema,

invadendo il tutto

con massima dolcezza.

È un semplice sussurro.

CORRERE

Correre verso qualcosa

che continuamente sfugge all’orizzonte.

Riuscire a sfiorarlo per pochi secondi

diventa quell’ansiosa attesa

dell’impercettibile mai raggiunto,

nelle notti insonni.

Correre di nuovo,

cadere a terra, lì a pochi metri…

Disperazione inaudita

invade la mia testa

e il mio “io” frammentato.

I pugni stretti

disperati battono la dura terra

senza sentire dolore.

Disperazione acuta

e di nuovo correre.

Raggiungere.

Stringere.

Non gustare quel momento

tanto agognato

per la soddisfazione ricevuta.

CUORE SPIAZZATO

Le labbra salate

dal sapore di mare

mi accarezzano la fronte.

Gli occhi lucenti

del sole di agosto

mi spiazzano il cuore.

L’abbraccio stretto

mi toglie il fiato

di un’emozione indecifrabile.

La gioia

del sol guardarti

mi fa straripare l’anima

che si allontana

dalle disillusioni

che si abissano

in un oceano

di nuove speranze.

Lo trovi su:

https://www.lafeltrinelli.it/libri/schena-cosimo/sussurri-un-anima/9788827812518?channel=desktop

Sussurri di un’anima https://www.amazon.it/dp/8827812512/ref=cm_sw_r_cp_api_i_Ti1-AbME891J1

Simone Weil: Quel chiodo ha aperto un varco…

Simone Weil non smette mai di stupirci; le sue parole ci portano sempre ad interrogarci e a comprendere le profondità della nostra anima, che talvolta restano celate. Rileggendo un passo di Attesa di Dio,  la filosofa ci richiama ad una verità fondamentale: l’unica e vera forza liberatrice nella nostra vita è Cristo. Quel chiodo della croce, come lei stessa scrive, ha aperto un varco, annullando quella distanza che vi è tra Dio e l’uomo, tra il divino e l’umano, un contatto che cambia la vita nell’eternità.

«Chi perseveri nel mantenere la propria anima volta verso Dio mentre un chiodo la trafigge si trova inchiodato al centro stesso dell’universo. È il vero centro, che non sta nel punto mediano, che è fuori dello spazio e del tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio e che non è il tempo, una dimensione completamente altra, quel chiodo ha aperto un varco nella creazione bucando lo spessore dello schermo che separa l’anima da Dio. Grazie a questa dimensione meravigliosa l’anima che ama, senza lasciare il punto dello spazio e del tempo in cui si trova il corpo al quale è legata, può attraversare la totalità dello spazio e del tempo e giungere al cospetto stesso di Dio. Essa è là dove si intersecano la creazione e il Creatore, in quel punto d’intersezione che è il punto d’incrocio dei bracci della Croce»[1].

[1] Simone Weil, II -L’amore di Dio e la sventura, in ID., Attesa di Dio.

Cosimo Schena

Simone Weil, un Dio che gioca a nascondino

Rileggendo alcuni passi dei Quaderni, mi colpiva come, in modo originale e diretto la filosofa ci presenta in maniera inusuale le immagini di Dio e della creazione.

Dio gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:

«Come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».

Cosimo Schena

Leggi l’estratto de “ LA MIA VITA CAPOVOLTA”

Caro lettore, ti ringrazio per aver scaricato questo estratto del mio libro. Si tratta di una delle diverse parti del mio romanzo, La mia vita capovolta. Il romanzo alterna le diverse vicende di vita e i numerosi viaggi intorno al mondo del protagonista, riccamente descritti, con alcune incursioni nel cuore di quest’umo inquieto. È come se la storia si fermasse e in slow motion, si entrasse nell’anima del protagonista, là dove si forma la vera coscienza. Ora non devi fare altro che staccare la spina e iniziare a leggere per farti trasportare nel cuore dei tuoi pensieri.

Mayumi insieme con i miei figli, frequentavano un convento, vicino casa: il convento delle Missionarie della Carità. La loro fondatrice è Madre Teresa di Calcutta. Erano delle suore molto stimate, vivevano una vita molto semplice al servizio dei poveri. Molto spesso incontravo qualcuna di loro nelle zone malfamate a portar cibo ai barboni. Più di qualche volta Mayumi le aiutava a preparare i pasti per la mensa, che loro gestivano. Mi ha supplicato molte volte di andare anche io. Ma inventando sempre una nuova scusa, non ci ero mai andato.

Ultimamente stavano organizzando un viaggio missionario in India. Mayumi voleva andarci, ma il pensiero di star fuori un mese e star lontana dai ragazzi per così tanto tempo, le faceva cambiare idea. Io insistevo molto, perché sapevo che era un’esperienza che lei desiderava fare da anni ormai. Ma a differenza di me, che partivo e lasciavo tutto e tutti, lei non ne era capace.

Così ha iniziato a propormi il viaggio missionario.

– Perché non vai tu al mio posto?

– Io? Ma no. Un mese è troppo.

– Secondo me un’esperienza del genere ti farebbe bene. Invece dei tuoi insoliti viaggi.

– Lo sai come la penso io. Non sopporto questi viaggi di gruppo. Preferisco viaggiare da solo per conto mio.

Nell’ultimo periodo questa scena, ormai, si ripeteva come minimo due volte al giorno. Io non avevo nessuna voglia di fare questa esperienza, se volevo far del bene a qualcuno non c’era bisogno di andare in India. Potevo farlo tranquillamente qui.

Per far finire questa storia decido di fare il mio viaggio in Africa. L’Africa del Sud la conoscevo, facendo alcune ricerche vidi che la zona africana con meno presenza di cristiani era la Somalia.

Così decisi di partire per la Somalia; Mayumi non era molto d’accordo perché alcuni cristiani ultimamente avevano perso la vita. Sinceramente questo mi faceva salire l’adrenalina a mille, volevo vedere quei posti, descritti dai telegiornali come posti invivibili.

La Somalia era un paese dove la guerra era all’ordine del giorno: lotte tra tribù, colpi di stato, dittature. Io ci credevo poco, ero dell’idea che per far aumentare gli ascolti, i mass media gonfiavano e distorcevano molto le notizie.

Tra le missioni cattoliche, c’era quella dei Francescani, mi misi subito in contatto, ma scoprii che ormai da anni non c’era più nessuna missione Francescana, anzi cristiana dopo il colpo di stato del 1991 tutto era stato raso al suolo. Scoprii anche che era stata colonia italiana. Era un particolare che mi sfuggiva. L’Italia ogni tanto tornava a galla.

Così sotto suggerimento di un mio amico, cambiai destinazione. Congo, dai padri Saveriani.

Mi informai un po’ di come era la missione Saveriana, ma non era quello che cercavo. Così vidi tra le mie ricerche, che c’era necessità di volontari, per aiutare negli ospedali.  In Congo non c’era un buon servizio sanitario, e tanta gente moriva anche per una semplice malaria.

Decido di partire per il Congo, in Katanga. In questa zona del Congo la popolazione riceve pochissimi aiuti umanitari, ed i servizi sanitari sono quasi pari a zero. Nell’ospedale di Kabalo e nelle zone periferiche curavano questi poveri bambini di malaria e di morbillo. Ero incredulo al pensiero che nel XXI secolo si potesse ancora morire di morbillo. Quando fui ammalato di morbillo ero talmente piccolo che non ricordo nulla di quel periodo. Prima di partire evitai il vaccino al morbillo ma dovetti fare la cura contro la malaria. Ricordo che Mayumi mi riempì la valigia di caramelle da dare ai bambini, avevo una montagna di caramelle e pochissimi vestiti per me.

Avevo le tasche piene di soldi; Mayumi li aveva raccolti tra gli amici, da dare all’ospedale.

Dopo un lunghissimo viaggio in aereo e in macchina arrivai a destinazione. In aeroporto trovai altri che come me erano diretti a Kabalo. Erano due inglesi ed un portoghese. Io ero partito per conto mio, quindi dovevo trovarmi un alloggio e il modo di arrivare in ospedale ed inserirmi tra i volontari. Il portoghese era un infermiere che aveva deciso di fare per tre mesi volontariato in questo ospedale e nei dintorni. Mi spiegò che c’era l’associazione dei “Medici senza frontiera”, che si interessava del tutto.

Mi disse che mi avrebbe aiutato lui ad inserirmi tra i volontari e così fu. Ricordo che mi chiesero in quale reparto volevo dare il mio aiuto e senza esitazione chiesi se fosse possibile in pediatria.

Vidi situazioni terribili, bambini mal nutriti, che sembravano degli scheletri. Ogni volta cercavo di trattenere le lacrime. Vederli in quella situazione mi faceva stare davvero male. Mi rendevo conto di quanto fossi fortunato io e di quante volte nella mia vita mi lamentavo per niente.

In quell’ospedale c’era di tutto, arrivava sempre gente. Quante donne ho visto arrivare per violenze sessuali.

Un conto è vederli in tv, un conto è stare sul luogo e vedere e toccare con mano questa situazione assurda. Mi chiedevo ogni giorno, ma dove stava questo Dio? Perché permetteva questa sofferenza? Mi convincevo sempre di più che non esisteva nulla. Nessun Dio.

I giorni passavano velocemente. Sveglia alle 4 e se andava bene per le 10 di sera ero a letto. Ero a dir poco distrutto, ma la gioia che provavo nel far sorridere uno di quei piccoli mi faceva passare tutta la stanchezza e la voglia di tornare a casa. Mancavano solo 4 giorni alla mia partenza. Sarei rimasto volentieri almeno altre due settimane. Mayumi mi sentiva felice come non mai, mi disse di rimanere ancora, tanto il negozio ed i ragazzi riusciva a gestirli da sola, ancora per un bel po’ senza problemi. Dovevo spostare il volo. Non dimenticherò mai quella mattina. Mi sembrava di morire.

Ogni mattina prima di iniziare la giornata ci vedevamo, con i 3 medici che seguivano il reparto pediatria. Ci davano le indicazioni di cosa dovevamo fare. Ogni giorno era sempre diverso dal precedente. Le situazioni, le urgenze cambiavano di continuo.

Quella mattina erano due, uno dei tre era partito e stavamo aspettando il nuovo medico che era appena arrivato. Nel mio gruppo c’erano 2 italiani. Con i quali parlavo pochissimo. Non avevo detto a nessuno delle mie origine italiane. Il primo giorno uno di loro mi chiese se fossi italiano, visto il nome. Ed io con molto fretta e freddezza gli dissi che il mio tris nonno era italiano ed io avevo ereditato semplicemente il suo nome e che non avevo mai messo piede in Italia.

Mentre si chiacchierava, nell’attesa del nuovo medico, uno di loro disse che finalmente arrivava un italiano come noi. Un pediatra chirurgo. Nel frattempo iniziavo a prender sonno nell’attesa. Come al mio solito non parlavo con nessuno. Ad un tratto, mentre ero seduto per terra ad aspettare.

– Ah ecco, arriva il dottor Fernando.

Dottor Fernando? Non ci potevo credere, era il mio vecchio cognome. Ero in dormiveglia, pensai tra me e me sicuramente l’avrò sognato. Ma purtroppo non era così.

– Benvenuto dottor Fernando.

– Grazie. Buongiorno a tutti.

Mi vennero dei fortissimi brividi che accompagnavano una atroce fitta allo stomaco. Il cuore mi stava per scoppiare. Non avevo il coraggio di alzare la testa. Mi veniva da piangere. Feci due conti: Pediatra, e in più il mio vecchio cognome. Era mio nipote.

Mi alzai di soppiatto e me ne andai in bagno. Lo feci così velocemente che nessuno si rese conto che ero andato via.

I due medici presentarono la squadra al nuovo medico. La sua voce era sempre la stessa, un po’ più matura. Ma era la sua. Non avevo il coraggio di spiare dalla porta se era veramente lui o se era solo una pura coincidenza.

– Dove è finito Diego?

– Era qui fino a qualche minuto fa.

Nel frattempo apro la porta lentamente per non fami sentire. Lo spiraglio era sì e no di due millimetri. Riuscivo ad intravedere qualcosa. Iniziai a piangere in silenzio. Era mio nipote. Non potevo crederci.  Mi sembrava di impazzire. Il detto “il mondo è piccolo”, era proprio vero.

Era bello come il sole. Ormai era un uomo. Volevo aprire quella maledetta porta e saltargli addosso. Abbracciarlo e piangere con lui. Ero combattuto, non sapevo cosa fare.

– Diego. Diego.

– Dai andiamo, poi ci raggiungerà.

Mentre andavano via, avevo il cuore in subbuglio. Cosa faccio? Apro la porta e gli corro incontro o resto qui a mangiarmi le mani?

Come al solito, da grande codardo ed egoista, rimasi chiuso nel bagno. E tornai in albergo ad aspettare il giorno della partenza.

Il coraggio

Ho sempre pensato sin da piccolo che il coraggio fosse quell’atteggiamento di colui che non ha paura di nulla, che in ogni situazione è pronto senza ripensamenti a lanciarsi in ogni situazione, in cui crede che vale la pena mettersi in gioco. Insomma il coraggio è quella dote che solo alcuni eletti hanno dentro il loro cuore. Il resto della gente, me compreso, chi siamo? Codardi? Timorosi? Timidi? Ad un certo punto della mia vita ho iniziato a confondere il coraggio con “l’essere diretti”, dire tutto quello che pensavo senza curarmi dell’altro, portare avanti le mie battaglie convinto che la mia causa era sempre la più giusta. Ma dopo un po’, quando ho visto che intorno a me nasceva il deserto ed ogni giorno rimanevo sempre più solo, ho capito che non era coraggio, ma “egoismo”.

E perciò mi sono messo alla ricerca di questo coraggio, mi sono messo anche a studiare. Ho cercato cosa ne pensassero i più grandi pensatori, ma non ho avuto risposte soddisfacenti. Ero abbagliato dal connubio di coraggio-forza, che mi creava solo confusione.

Un giorno mi sono imbattuto nelle persone che hanno cambiato la storia, ma anche lì la maggior parte di loro, per vincere ha usato la forza, ma alla fine di coraggio ne vedevo poco. La risposta l’ho trovata un giorno, seduto sulla panchina di un parco. Come al solito osservavo gli alberi, ascoltavo il suono della natura e alcuni bambini che giocavano vicino a me. Avevo mangiato un tramezzino comprato al chiosco, che si trovava all’entrata del parco. Ero un divoratore di libri, amavo il genere psicologico, gli scervella menti erano il mio forte, e mentre prendevo in mano l’ultimo romanzo che stavo leggendo, la mia attenzione fu catturata da una formica. E sì, proprio una formica, mentre mangiavo alcune briciole che erano cadute per terra. Era lì per terra e si dimenava nel voler caricare a tutti i costi sulle sue spalle, la briciola più grande. Sono stato ad osservarla per un bel po’ di tempo, tanto che cominciavo a pensare: ora l’aiuto io. Ammiravo la tenacia di questa formica. Ad un certo punto si è arresa ed io ho iniziato a leggere.

Erano passati sì e no 10 minuti. Quando leggevo avevo l’abitudine di sottolineare le frasi che mi colpivano, erano come degli input che mi rimanevano impressi nella mente. Mi cadde la matita per terra e cosa vedo? Ero circondato da centinaia e centinaia di formiche, che si caricavano la grande briciola. Cosa era successo? La formica aveva chiamato rinforzi. Si era resa conto che da sola non ci sarebbe mai riuscita ed aveva chiamato le amiche. Ed è quello che manca a noi, aver il coraggio di mettere da parte il nostro orgoglio e chiedere aiuto. Le grandi battaglie vengono si vinte dal coraggio, ma in relazione non alla forza del singolo, ma alla volontà di molti. Legati dall’amore verso la verità.

Spero che questo estratto ti sia piaciuto.

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