Testi scelti durante la presentazione del libro: La croce è la nostra patria.

PRIMA PARTE(SVOLTA MISTICA)

Nel 1938 Simone Weil, partecipò alle funzioni della settimana santa, nell’abbazia benedettina di Solesmes, colpita dai suoi fortissimi mal di testa, che le infliggevano dolori estenuanti sin dalla giovane età.

«Avevo fortissimi mal di testa, e ogni suono era per me come un colpo; eppure un estremo sforzo d’attenzione mi permetteva di uscire dalla miserabile carne, di lasciarla soffrire in disparte, rannicchiata in un angolo, e di cogliere una gioia pura e perfetta nell’inaudita bellezza del canto e delle parole. Quell’esperienza mi ha permesso, per analogia, di comprendere meglio la possibilità di amare l’amore divino attraverso la sventura. È naturale che durante quelle funzioni il pensiero della Passione del Cristo sia penetrato in me per sempre»

Recitando una poesia di George Herbert, dal titolo Love, che accadde qualcosa di straordinario.

«Credevo di recitarla solo come una bella poesia, ma a mia insaputa quell’esercizio aveva la virtù di una preghiera. Durante una di quelle recitazioni, come le ho scritto, il Cristo stesso è disceso e mi ha presa».

«momento d’intenso dolore fisico in cui mi forzavo di amare, ma senza vantare il diritto di dare un nome a questo amore, ho sentito (senza esservi preparata per niente, dato che non avevo mai letto i mistici) una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano, inaccessibile ai sensi e all’immaginazione, analoga all’amore che traspariva dal più tenero sorriso di un essere amato. Da quel momento il nome di Dio e di Cristo si sono intessuti sempre più irresistibilmente ai miei pensieri».

SECONDA PARTE (IL MALHEUR)

«nella sventura stessa» scriveva «la misericordia di Dio risplende […] E proprio nel fondo, al centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non riesca più a trattenere il grido: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, se si rimane in quel punto senza smettere di amare, si finisce con il toccare qualcosa che non è più la sventura né è la gioia, bensì l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, ovvero l’amore stesso di Dio. Si saprà allora che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita procurata dal medesimo contatto quando è doloroso, e che importa soltanto il contatto, non il modo in cui avviene»

«In qualsiasi epoca, in qualsiasi paese, ovunque ci sia sventura, la Croce del Cristo ne è la verità. Ogni uomo amante della verità – al punto di non precipitarsi nelle profondità della menzogna per schivare il volto della sventura – partecipa alla Croce del Cristo, quale che sia la sua credenza. Se Dio avesse acconsentito a privare del Cristo gli uomini di un certo paese e di una determinata epoca, lo riconosceremmo da un segno sicuro: presso di loro non ci sarebbe sventura. Ma non conosciamo alcunché di simile nella storia. Ovunque ci sia sventura c’è la Croce, nascosta eppure presente a chiunque scelga la verità anziché la menzogna, e l’amore anziché l’odio».
TERZA PARTE

(CROCE METAXU’)

Per Simone era Cristo «il grande mediatore», colui che, morendo sulla Croce e partecipando alla relazione trinitaria, rappresentava l’armonia in senso pitagorico. «Cristo», scriveva, «è mediatore da un lato fra Dio e noi e, dall’altro fra Dio e l’universo […], Cristo è la mediazione stessa, l’armonia stessa […], Cristo è questa chiave che chiude insieme il Creatore e la creazione».

«Dio è sempre mediatore. È mediatore tra se stesso e se stesso. È mediatore tra se stesso e l’uomo. È mediatore tra un uomo e un altro uomo. Dio è per essenza mediazione. Dio è l’unico principio di armonia»

ed anche:

«[…] il Cristo è da una parte mediatore fra Dio e l’uomo, dall’altra mediatore fra l’uomo e il suo prossimo, così la necessità matematica è mediatrice da una parte fra Dio e le cose, dall’altra fra ogni cosa e ogni altra. Essa costituisce un ordine grazie al quale ogni cosa, essendo al suo posto, permette a tutte le altre cose di esistere»

QUARTA PARTE
(DIO- CREAZIONE)

«L’atto della Creazione non è un atto di potenza. È un’abdicazione. Con quell’atto si è instaurato un regno diverso da regno di Dio. La realtà di questo mondo è costituita dal meccanismo della materia e dall’autonomia delle creature dotate di ragione. È un regno dal quale Dio si è ritirato. Dio, avendo rinunciato a esserne il re, può venirvi solo come un mendicante».

«Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati».

Un Dio che gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:
«come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».
«È contradditorio che Dio, che è infinito, che è tutto, a cui non manca nulla, faccia qualcosa che è fuori di lui, che non è lui pur procedendo da lui […].

La contraddizione suprema è la contraddizione creatore-creatura, e il Cristo è l’unione di questi contradditori».
QUINTA PARTE

(DECREAZIONE)

noi dovremmo vivere la stessa esperienza, la cosiddetta decreazione, per poter un giorno godere della bellezza divina che è Dio.

«Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati».

Questo pensiero si fece sempre più forte e intenso negli ultimi anni della sua vita arrivando a pensare alla morte «come una decreazione in risposta alla follia di Dio».

«Questa follia non si ferma alla creazione, ma «Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire a amarlo. Dio attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è questa attesa. Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore».

SESTAPARTE

(PECCATO D’INVIDIA)

Il Cristo inchiodato sulla croce è la perfetta immagine del Padre» – e ancora – «ogni volta che penso alla crocifissione del Cristo commetto peccato d’Invidia».

In Attesa di Dio, Simone esprime il suo desiderio, un giorno, di poter condividere la Croce di Cristo o, almeno, quella del buon ladrone:

«Fra tutti coloro di cui si parla nel vangelo, a parte il Cristo, il buon ladrone è di gran lunga quello che invidio di più».

«Dio ha creato per amore e a fin d’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Egli ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato esseri capaci d’amore a tutte le distanze possibili. Alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso, poiché nessun altro avrebbe potuto farlo. Questa distanza infinita fra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Nulla è più lontano da Dio di quel che è stato fatto maledizione».

Il mio nuovo libro: Simone Weil e la questione gnostica 

Il pensiero di Simone Weil, una delle voci più significative del ‘900, ha conosciuto in questi ultimi anni una rinnovata fortuna. Sebbene l’opera della filosofa, mistica e scrittrice francese sia stata oggetto di numerosi studi che l’hanno analizzata da diverse prospettive, alcuni aspetti della sua riflessione sono stati trascurati dalla critica e restano terreno fertile di analisi, come nel caso del rapporto tra la Weil e lo gnosticismo. All’interno di un tema tanto ampio, come può sembrare quello del rapporto di un filosofo con un orientamento del pensiero articolato com’è stato lo gnosticismo, si è scelto di focalizzare gli sforzi nel tentativo di far emergere quell’idea di Dio elaborata dalla Weil, che fu una pensatrice fortemente attratta dalla deriva gnostica; il Dio weiliano, infatti, non è più onnipotente, bensì assente, un Creatore che si è ritirato dal mondo, un Dio che vogliamo provocatoriamente definire “gnostico”, trascendente, perché, come sostiene la filosofa francese, l’atto di creazione non va inteso come un atto di potenza, ma di abdicazione, nel quale Dio, avendo rinunciato ad essere re del mondo, vi ritorna come “mendicante”.


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